UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 2 aprile 2025

IL FUTURO DEL CAPITALISMO
di Günther Thallinger


 
Günther Thallinger è un dirigente dell’Allianz, e qui spiega perché senza uno stato capace di tradurre la volontà collettiva in azione, capitalismo e mercato sono finiti. Il motivo è che i cambiamenti climatici mettono fuori gioco le compagnie assicurative, la più grande invenzione del capitalismo, e insieme il suo asse portante.
 
Le emissioni di CO₂ aumentano direttamente la quantità di energia intrappolata nell'atmosfera terrestre. Non si tratta di un problema vago o futuro, ma di una realtà fisica. Più emissioni ci sono, più energia viene trattenuta. Più energia c'è, più l'atmosfera si comporta in modo estremo. Le tempeste si intensificano. Le ondate di calore durano più a lungo. La pioggia cade più forte. La siccità colpisce più a fondo. Questo è il primo principio. Questi fenomeni meteorologici estremi comportano rischi fisici diretti per tutte le categorie di beni di proprietà umana: terreni, case, strade, linee elettriche, ferrovie, porti e fabbriche. Il calore e l'acqua distruggono il capitale. Le case allagate perdono valore. Le città surriscaldate diventano inabitabili. Intere classi di beni si stanno degradando in tempo reale, il che si traduce in perdita di valore, interruzione dell'attività e svalutazione del mercato a livello sistemico. Il settore assicurativo ha storicamente gestito questi rischi. Ma ci stiamo rapidamente avvicinando a livelli di temperatura (1,5 °C, 2 °C, 3 °C) in cui gli assicuratori non saranno più in grado di offrire copertura per molti di questi rischi. I calcoli si interrompono: i premi richiesti superano quanto le persone o le aziende possono pagare. Questo sta già accadendo. Intere regioni stanno diventando non assicurabili. (Vedi: State Farm e Allstate escono dal mercato assicurativo per la casa in California a causa del rischio di incendi boschivi, 2023). Non si tratta di un aggiustamento di mercato una tantum. Si tratta di un rischio sistemico che minaccia le fondamenta stesse del settore finanziario. Se l'assicurazione non è più disponibile, anche altri servizi finanziari diventano indisponibili. Una casa che non può essere assicurata non può essere ipotecata. Nessuna banca emetterà prestiti per proprietà non assicurabili. I mercati del credito si bloccano. Questa è una crisi creditizia indotta dal clima. Ciò non vale solo per l'edilizia abitativa, ma anche per infrastrutture, trasporti, agricoltura e industria. Il valore economico di intere regioni (costiere, aride, soggette a incendi boschivi) inizierà a scomparire dai registri finanziari. I mercati rivaluteranno, rapidamente e brutalmente. Ecco come appare un fallimento del mercato causato dal clima. Alcuni sostengono che lo Stato interverrà laddove gli assicuratori si ritirano. 



Ma questo presuppone che lo Stato, ovvero il contribuente, possa permetterselo. Tale presupposto sta già cadendo. Coprire il costo di tre o quattro grandi incendi boschivi o inondazioni in un solo anno mette a dura prova i bilanci pubblici. Se si verificano più eventi ad alto costo in un arco di tempo breve, come previsto dalle proiezioni climatiche, nessun governo può realisticamente coprire i danni senza austerità o collasso. (Vedi: 30 miliardi di euro di aiuti per le inondazioni in Germania nel 2021; aumento dei costi degli aiuti per le calamità in Australia nel 2020-2023). C’è anche il falso conforto dell'adattamento, poiché molti rischi non si prestano a un adattamento significativo. Non c'è modo di adattarsi a temperature oltre la tolleranza umana. C'è un adattamento limitato ai mega-incendi, se non quello di non costruire vicino alle foreste. Intere città costruite su pianure alluvionali non possono semplicemente riprendersi e spostarsi in salita. E man mano che le temperature continuano a salire, l'adattamento stesso diventa economicamente impraticabile. Una volta raggiunti i 3 °C di riscaldamento, la situazione si blocca. L'energia atmosferica a questo livello persisterà per oltre 100 anni a causa dell'inerzia del ciclo del carbonio e dell'assenza di tecnologie industriali scalabili per la rimozione del carbonio. Non esiste un percorso noto per tornare alle condizioni precedenti ai 2 °C. (Vedi: IPCC AR6, 2023; NASA Earth Observatory: "The Long-Term Warming Commitment"). A quel punto, il rischio non può essere trasferito (non c’è assicurazione che tenga), il rischio non può essere assorbito (nessuna capacità pubblica) e il rischio non può essere adattato (limiti fisici superati). Ciò significa niente più mutui, niente nuovo sviluppo immobiliare, niente investimenti a lungo termine, niente stabilità finanziaria. Il settore finanziario come lo conosciamo cessa di funzionare. E con esso, il capitalismo come lo conosciamo cessa di essere praticabile. 



Il capitalismo deve ora risolvere questa minaccia esistenziale. L'idea che le economie di mercato possano continuare a funzionare senza assicurazione, finanza e protezione patrimoniale è una fantasia. Non esiste capitalismo senza servizi finanziari funzionanti. E non esistono servizi finanziari senza la capacità di stabilire un prezzo e gestire il rischio climatico. Esiste una sola strada da seguire: impedire qualsiasi ulteriore aumento dei livelli di energia atmosferica. Ciò significa tenere le emissioni fuori dall'atmosfera. Ciò significa bruciare meno carbonio o catturarlo nel punto di combustione. Queste sono le uniche due leve. Tutto il resto è ritardo o distrazione. La buona notizia: abbiamo già le tecnologie per passare dalla combustione fossile all'energia a zero emissioni. Solare, eolico, accumulo di batterie, idrogeno verde, elettrificazione, modernizzazione della rete, efficienza dal lato della domanda: queste sono soluzioni mature e scalabili. (Vedi: IRENA Global Renewables Outlook 2023; McKinsey: "Net-Zero Transition" 2022; ONU: "Raising Ambition on Renewable Energy"). L’unica cosa che manca è velocità e scala. E la consapevolezza che non si tratta di salvare il pianeta. Si tratta di salvare le condizioni in cui i mercati, la finanza e la civiltà stessa possono continuare a funzionare. Mi piacerebbe conoscere le vostre prospettive su come migliorare la velocità e la scala della transizione verso l'energia verde. Condividete i vostri pensieri nei commenti.
 
 

APRILE 2025
 

Ottantesimo dalla Liberazione, democrazia, referendum.   
 
In questo mese di aprile 2025 si apre la campagna referendaria posta in coincidenza con le celebrazioni dell'ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo. L'anniversario del 25 aprile capita in un momento oscuro dove la realtà della guerra minaccia di deflagrare nella dimensione di un conflitto globale, la democrazia appare a rischio in molte parti del mondo mentre si allargano le disuguaglianze e si accentuano vessazioni e ingiustizie. Lo stesso rapporto tra scienza, tecnica e politica non sembra più muoversi nel senso della liberazione dell’umanità ma piuttosto evocando pericoli oscuri di espropriazione delle coscienze. Limitiamo il nostro raggio di riferimento all’Europa e all’Italia: tante cose, in questi giorni, sono state dette e scritte a proposito e a sproposito della realtà storica che rimane comunque il solo parametro utile per stabilire criteri effettivi di verità e di giustizia. È necessario ricordare che per l’Europa la liberazione dal nazifascismo (che avvenne in tempi diversi e con esiti diversi senza dimenticare che gli eserciti di tutto il mondo marciavano sul suolo del continente) rappresentò comunque un momento fondamentale di svolta della storia della quale non vanno assunti i retaggi in maniera unilaterale: occorre continuare a studiarne le sfaccettature e le contraddizioni se si intende cercare di capire cosa accadde allora e interrogarsi su quanto ciò che si verificò ottant'anni fa pesi ancora sulla complessa realtà dell’oggi.


Ma anche un po' di rivolta
non guasta

Per l’Italia la valutazione di ciò che accadde deve mantenersi chiara: dalla Liberazione, dalla lotta al nazifascismo, dalla capacità dei partigiani di liberare in autonomie le grandi città industriali del Nord, nasce la Costituzione e - di conseguenza - la democrazia con tutte le sue difficoltà passate e presenti. Una democrazia repubblicana da intendersi sempre come bene prezioso non semplicemente da conservare ma da arricchire giorno per giorno con il pensiero e l’azione della parte migliore del nostro popolo. Alla qualità della democrazia repubblicana va agganciato il momento politico: un momento politico così difficile contrassegnato da un governo della destra che intende rovesciare i criteri di fondo del nostro agire democratico muovendosi nel solco di quelle che paradossalmente sono definite “democrazie illiberali” oggi ben presenti in tutti gli scacchieri geo politici, ad Est come ad Ovest.
Il tema dei referendum sui temi del lavoro e della cittadinanza che si svolgeranno l’8 e il 9 giugno prossimi non risultano alieni rispetto a questa necessità di esaltare la democrazia repubblicana: anzi vanno considerati parte integrante di un disegno che è necessario porre all’ordine del giorno allo scopo di invertire una tendenza retrograda e oscurantista che sembra prevalere nel nostro dibattito politico avanzando addirittura pretese di egemonia. Non si tratta semplicemente di contrastare il disegno della destra ma di esprimere la capacità di un progetto alternativo di dimensione sistemica riferito sia all’interno delle dinamiche nazionali sia a un quadro sovranazionale. Appaiono indispensabili riferimenti unitari tra le forze che intendono richiamarsi alla democrazia pluralista e al progresso dell’uguaglianza e della solidarietà. L’avvio di questo mese di aprile così intenso nelle scadenze riguardanti l’oggi e il passato ci richiama ad un impegno straordinario su diversi fronti: appuntamenti da non mancare pena il compimento di quell’arretramento storico di cui già stiamo individuando i segni pesanti e pericolosi.
 
Associazione “Il rosso non è il nero” Savona
 

SU PRODI E L’EUROPA
di Stefano Vannucci


Romano Prodi

Ho letto l’articolo di Giacomo Costa su Prodi e l’Europa su Odissea del 19 Marzo. Concordo con le sue osservazioni, ne ho tratto allo stesso tempo un senso di desolazione nel leggervi il resoconto dell’intervista di Prodi rilasciata al Fatto del 15 Marzo, che non avevo letto. Quel senso di desolazione mi è suscitato non tanto da quello che Prodi dice - che è almeno in buona parte corretto - ma da quello che omette, e dalla conseguente debolezza ed inconsistenza del messaggio politico che trasmette. Come fa osservare Giacomo Costa alla conclusione del suo articolo, la cornice di riferimento condivisa per raggiungere e consolidare una situazione di pace e sicurezza condivise non può che essere qualcosa che assomigli ad una ‘legge internazionale’: che non può che essere allo stato attuale la carta dell’ONU. 
Ma la rilevanza - per non dire l’efficacia - della carta dell’ONU presuppone che gli stati aderenti - a cominciare innanzitutto e soprattutto dai membri dotati di armi di deterrenza termonucleare - riconoscano la piena legittimità e la rilevanza dei reciproci interessi, e la necessità di concorrere a negoziare soluzioni reciprocamente accettabili in caso di controversie suscettibili di generare conflitti. Dunque, in sostanza, il comune riconoscimento della realtà di un mondo multipolare. Ed il comune riconoscimento della legittimità degli interessi di sicurezza di ciascuno dei ‘poli’, come minimo. Espressi nel concreto dalle rispettive politiche estere. 
Per dimensioni di economia e popolazione complessiva, l’Europa (intesa nel senso usuale, come entità che esclude la Russia) ha tutti i numeri per essere uno di questi ‘poli’. Ma esercitare tale ruolo richiede la capacità di articolare una propria politica estera, che a sua volta richiede una istituzione di governo unitaria rappresentativa (dunque in pratica legittimata dal voto): che l’UE tuttora non ha, o almeno non ha ancora. Ed è solo sulla base di una comune politica estera, che ha senso parlare seriamente di una difesa comune. Ed è inoltre proprio dalla natura della politica estera prescelta che dipendono necessariamente caratteristiche e dimensioni appropriate della difesa comune. Ora, una UE che rinuncia ad articolare una propria politica estera accettando al contrario di esercitare un ruolo vassallo di un altro ‘polo’, e per di più di un ‘polo’ non disposto a riconoscere la realtà multipolare perché determinato ad affermarsi come unico ‘polo’ dominante sugli altri, è una UE che scommette tutte le sue carte sulla realizzazione della aspirazione del suo polo-guida alla ‘uni-polarità’. E accetta di farlo sebbene sia chiaro che quella aspirazione ‘unipolare’ del polo-guida di cui la UE ha scelto di farsi entità vassalla si è sempre più concretizzata in un accantonamento di fatto della carta ONU e nel conseguente discredito della ‘legge internazionale’. 

E nel concomitante tentativo di rimpiazzarla con un ‘ordine basato su regole’ o ‘ordine liberale’ ossia con un ‘ordine unipolare’.



Questo tipo di entità-vassalla a cui la UE ha di fatto accettato di ridursi non può ora aspettarsi di avere un ruolo significativo sulla scena internazionale senza neanche cominciare a liberarsi dalla condizione di ‘vassallaggio’ (e dal suo polo-guida come tale, non dall’uno o dall’altro dei leaders politici di quel ‘polo’). Tanto più quando il suo polo-guida si trova a sua volta costretto a riconoscere suo malgrado la realtà multipolare delle relazioni internazionali. 
Sono tutte connessioni abbastanza ovvie che ci si aspetterebbe emergessero almeno implicitamente nel ragionamento di un politico esperto e di ‘lungo corso’ come Prodi. E che naturalmente suggeriscono che, una volta riconosciuto infine anche dagli USA che il conflitto ucraino è di fatto essenzialmente un caso di guerra per procura degli USA contro la FR (ed un caso estremo del genere, oltretutto, per la significativa partecipazione diretta di personale tecnico-militare USA), una entità non dotata di una politica estera autonoma dagli USA non può sensatamente essere coinvolta nella trattativa di pace. Niente politica estera propria (cioè autonoma), niente ruolo possibile nella trattativa. E, allo stesso tempo, nessun possibile ritorno di credibilità per la legge internazionale senza un pieno riconoscimento della realtà multipolare da parte di tutti. Eppure, queste connessioni piuttostoovvie sono evidentemente assenti nel ragionamento di Prodi. Che, in particolare, insiste a rivendicare un ruolo negoziale per la UE senza sollevare il problema della costruzione di istituzioni europee in grado finalmente di identificare un interesse comune europeo, e di articolare sulla base di tale interesse una politica estera europea autonoma. Come minimo, molto ma molto deludente. La via da fare per un ritorno alla ragionevolezza dei paesi europei sembra ancora lunga. E spero di sbagliarmi, ma i destini della UE mi sembrano al momento ancora più grami.
 
[Siena 31 Marzo 2025]
 

 

 

 

 

 

 

 

 

A SESTO SAN GIOVANNI 
Per il libro di Giovanni Bianchi  




RICCI A DERGANO




LE COSE ULTIME ALLA BIBLIOTHÉ


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martedì 1 aprile 2025

UNIVERSITÀ CATTOLICA DI MILANO


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Il Premio “Montale” alla carriera al poeta Guido Oldani che sarà celebrato da critici, poeti, editori e letterati, domani 2 aprile alle ore 17 all’Università di Largo Gemelli 1.

I CINQUE MALFATTORI DELL’UMANITÀ
di Luigi Mazzella


 
L’idillio -inimmaginabile - tra la “pulzella della Garbatella” e il più violento  e aggressivo “guerrafondaio” tra gli uomini politici italiani; la standing ovation dopo il discorso del segretario di Azione da parte del Ministro della Difesa in carica; la frase ingiuriosa del Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, anch’egli nel pieno esercizio delle sue funzioni, che apostrofa come “sfasciacarrozze” il suo collega di coalizione e di pari livello istituzionale nel governo del Paese per il suo tentativo di “sfasciare” l’armata Brancaleone che tentano di mettere in piedi  francesi, tedeschi e inglesi, protagonisti indiscussi di tutte le guerre europee; l’anelito costante e penoso  dell’Italia a ricoprire il ruolo di “aiutante” ogni qualvolta si parli di guerra (Mussolini e alleanza con Hitler docent); il dietro-front della “pulzella rossa” a causa del suo riscontrato isolamento tra i socialisti Europei e i Democratici nostrani; il drone (che si assume essere “russo”) inviato in Italia per registrare manovre e, verosimilmente raccogliere in un dossier le parolacce indirizzate contro Putin a vari livelli di responsabilità politica (anche dopo la versione dei fatti di Ucraina sul pericolo neo-nazista, con molta autorevolezza illustrate da Trump, Vance e Kennedy jr) sono i fatti del giorno che lasciano poco spazio alla speranza di un rinsavimento Occidentale e rendono riproponibile e vieppiù attuale la mia teoria sul danno fatto agli abitanti della nostra parte del Pianeta dai cinque malfattori dell’umanità.
L’irrazionalità acefala, diffusa e pervasiva, l’odio, il rancore, il cupio dissolvi dominante per la prevalenza dell’idea della Morte (per la gloria di Dio, per l’affermazione della Causa e dell’Ideologia e altre consimili amenità) rispetto a quella della Vita hanno condannato l’Occidente a un inarrestabile declino e le guerre danno l’accelerazione necessaria per ridurre i tempi.
La mia teoria, per la verità, rappresenta soltanto un’integrazione, un completamento di quella dei tre malfattori indicati come tali da Baruch Spinoza. Essa è nota ai lettori dei miei libri e delle note da me pubblicate su Odissea e su Facebook ma va ricordata per i miei neo-lettori. La riassumo in breve in queste righe che possono essere considerate un’appendice dello scritto odierno.
L’Occidente, accogliendo nel suo seno e imperniando su di esse la propria cultura tre rissose (litigiose con altre credenze ma anche  tra di loro) religioni mediorientali (ebraismo, cristianesimo e islamismo) e optando, in luogo del suo sano monismo materiale iniziale (c’è un mondo solo e, per quello che rappresenta, basta per consentire agli esseri umani, privilegiati tra quelli viventi perché hanno la possibilità di usare la ragione, di ritrovare in esso motivi edonistici di vita), per la scelta emotiva fatta anche di un fantasioso idealismo dualistico, inutilmente complicato e arzigogolato in utopie di preteso benessere che, realizzate hanno portato, invece, solo a distruzioni e catastrofi umane, ha aggiunto altri due malfattori, i filosofi Platone ed Hegel.
Per colpa dei “cinque” pessimi “Maestri” gli abitanti della parte ovest del Pianeta hanno vissuto, nella storia dei miliardi di anni della Terra, più di venti secoli di “guerre sante”, di odi religiosi incontenibili, di genocidi e di massacri ideologicamente motivati, sempre, astutamente e dialetticamente, giustificati e presentati come necessari. Da ultimo, gli ingenui Occidentali, dopo due disastrose “guerre mondiali” di cui la seconda conclusasi con l’impiego di bombe atomiche (la seconda era stata sganciata su Nagasaki, quando già Hiroshima era stata totalmente rasa al suolo) ritenevano di avere raggiunto un’oasi di una pace duratura. In particolare gli Europei avevano visto nella loro “Unità” regolata da Trattati il porto sicuro in cui ancorarsi. È bastato, però, che un comico d’avanspettacolo coltivasse l’ambizione di essere il fuhrer del suo popolo, di raggiungere il potere con brogli e artifizi vari, compresi l’appoggio di battaglioni neonazisti (Azov) e il sostegno del Partito Democratico statunitense, vera fucina di guerre a ripetizione (come dimostra la storia dei Presidenti appartenenti a quella  forza politica) per fare svanire la loro illusione, pronubi Macron, Starmer, Von der Leyen, Calenda, Meloni, Tajani e Crosetto.

I NUOVI IMPERI E L’EUROPA
di Romano Rinaldi

 
Dopo le varie esibizioni di forza e di presunta capacità di entrare da protagonista pacificatore nei due conflitti che stanno preoccupando tutto il mondo occidentale, sulla strada di una presunta rinascita del Paese sotto lo slogan “facciamo l’America di nuovo grande”, la nuova e inedita linea dell’amministrazione americana non è ancora arrivata a capo di nulla. Anzi, volendo leggere gli ultimi segnali, sembra proprio che la compagine governativa stia dando chiare dimostrazioni di incompetenza e improvvisazione nell’affrontare problemi e situazioni che sembrano molto al di sopra delle sue capacità. È infatti decisamente improbabile che chi si lancia in guerre commerciali soprattutto dirette verso gli alleati storici, abbia le capacità e il carisma diplomatico per portare i contendenti nei conflitti al tavolo delle trattative per una pacificazione definitiva, quando persino il semplice cessate il fuoco risulta già un passo troppo lungo per quelle gambe.
Se il buon giorno si vede dal mattino, stiamo purtroppo assistendo a un conflitto armato in Ucraina che viene rinfocolato dalle decisioni prese a Washington in quanto lette dall’aggressore come segnali di disinteresse alla difesa dell’aggredito. Sull’altro fronte, la posizione a tutto spiano pro Netanyahu, senza alcuna considerazione per il genocidio perpetrato su Gaza dall’attuale amministrazione israeliana, è un altro evidente segno di incompetenza pacificatrice, per non dire di peggio.
In effetti possiamo leggere questi scomposti tentativi di ritrovare un peso determinante dell’amministrazione americana nel mondo, non più attraverso una lenta e costante azione diplomatica, politica e soprattutto economica; ovvero quell’azione capillare che ha costituito il cuore dell’imperialismo soft degli USA, perlomeno sugli alleati, bensì attraverso ricatti, minacce e proposte che non possono essere rifiutate, nello stile della Chicago di cento anni fa. Insomma questa amministrazione pare aver abbandonato ogni freno inibitorio e ha deciso, a fronte della perdurante accusa di imperialismo, di meritarsela per davvero. È un po’ come avesse buttato giù la maschera. Peccato che a fronte di questa apparente “sincerità” si scoprono anche ingenuità catastrofiche per non dire una fondamentale stupidità.
Solo qualche esempio tra i più recenti: 1) lo scandalo denominato “Signal Gate” (https://libertariam.blogspot.com/2025/03/dilettanti-allo-sbaraglio-di-romano.html?m=1); 2) il fallimentare viaggio in Groenlandia del vice presidente e consorte per assicurarsi il favore della popolazione per una eventuale annessione di quel vastissimo territorio, di fatto appartenente a un paese Europeo, la Danimarca; 3) la rottura politica, commerciale ed economica con l’unico fedele alleato di sempre, il Canada, col quale gli USA condividono un confine lungo quanto tutta l’ampiezza del continente, più i confini orientali dell’Alaska; 4) l’incauta definizione dell’Europa nel suo complesso come sanguisuga, parassita e senza libertà di espressione ventilata in più di un’occasione dal presidente e dal suo vice; 5) l’altrettanto inconcepibile posizionamento politico del più ricco imprenditore del mondo, assurto agli onori della guida del Paese, esibito con un saluto a braccio teso di inequivocabile matrice nazifascista. Cosa che gli sta costando una enorme perdita economica che colpisce le sue famose vetture elettriche. Tanto che persino lo stesso padrone di casa (la Casa Bianca) si è voluto esibire in un quanto mai improbabile show da autosalone per cercare di arginare l’emorragia. E qui mi fermo per non tediare il lettore e avendo promesso di citare solo alcuni esempi.



Volendo giungere a conclusioni un po’ più generali, il tentativo degli autocrati più potenti al mondo sembrerebbe quello di dividere il mondo in tre zone di influenza imperiale (USA, RU, Cina). Ammesso che questo ultimo arrivato (in tutti i sensi) che ho messo come primo della lista, riesca nel suo intento, per l’Europa resta un’unica alternativa. In virtù della sua enorme potenza economica, oltre che l’effettiva numerosità della sua popolazione, rispettivamente il doppio e oltre tre volte quella dei primi due della lista, all’Europa, dicevo, tocca trovare la strada per sviluppare in pieno e dispiegare, a mo’ di argine, tutta la sua potenza democratica, pacifica ed economica, conquistata nel periodo di pace più lungo della sua storia, unita alla capacità di difendersi da eventuali aggressioni, ed assumere un ruolo simile a quello che gli USA non sono riusciti ad incarnare efficacemente nello stesso periodo storico. L’alternativa è la nostra schiavitù all’uno o all’altro dei nuovi imperi.

PREMIO MONTALE ALLA CARRIERA A OLDANI


Guido Oldani
(foto di Dino Ignani)
 
Il poeta Guido Oldani (Melegnano- Mi, 1947) è l’ideatore del Realismo Terminale, poetica che esprime, attraverso la similitudine rovesciata e le altre figure retoriche, la progressiva artificializzazione della natura ed il definitivo sopravvento degli artefatti su di essa. L’accatastamento nelle metropoli e la sovrabbondanza degli oggetti ne sono gli aspetti più evidenti. Oldani ha coltivato sistematicamente, sull’onda dantesca e pasoliniana, la poesia civile e dimostrato che il Realismo Terminale è modalità efficace per ridire anche il sacro. Tradotto in numerose lingue, il suo lavoro volge a realizzare un ponte tra la poesia occidentale e quella orientale (USA/Cina, dove gli è stato assegnato, primo poeta italiano, il premio alla carriera).


Guido Oldani con Jidi Majia

Il 2 aprile, alle h. 17, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Largo Agostino Gemelli 1, nella sala Negri da Oleggio, gli verrà conferito il premio Montale alla carriera.

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