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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
domenica 31 maggio 2026
sabato 30 maggio 2026
DISTRUZIONI
di Cataldo Russo
Le
guerre degli uomini e la guerra della natura.
Da sempre
gli uomini e la natura combattono guerre su molti fronti: i primi per affermare
il proprio dominio sui propri simili e soddisfare la sete di potere su nemici,
quasi sempre ipotetici o inventati. La natura, invece, è in guerra per lo più
con sé stessa, mossa dalla necessità di ristabilire equilibri che il tempo, i
mutamenti ambientali e geologici e gli abusi umani alterano. La lotta della
natura ha sempre dei riflessi sugli uomini e, naturalmente, viceversa. Basti
pensare ai terremoti, ai maremoti, al surriscaldamento atmosferico, alla
desertificazione, all’erosione delle coste e all’innalzamento del livello delle
acque per comprendere quanto enormi siano le conseguenze per l’umanità.
Ma
anche i conflitti degli uomini lasciano cicatrici profonde sulla natura.
L’atomica poi rischia addirittura di sconvolgerla e comprometterla per sempre,
con decine di migliaia di specie animali e vegetali che potrebbero scomparire
per sempre.
Il
22 giugno 2025 la NATO ha raggiunto l’accordo di portare le spese militari al
5% del PIL dei singoli Paesi entro il 2035, superando il veto della Spagna
grazie a un compromesso che permetterà a Madrid di mantenere la flessibilità
sui propri contributi. In un momento di generale sofferenza economica in cui si
dibattono quasi tutti i 32 Stati che compongono l’Alleanza, e con il debito
pubblico di alcuni Paesi – in primis l’Italia – a livelli di guardia, aver
portato le spese militari dall'1,5% o 2% di prima al 5% è stata una scelta
drastica, folle, che rischia di scavare una voragine nei conti pubblici. Questa
decisione si rifletterà pesantemente sulla sanità pubblica, sulla scuola, sui
servizi e sui trasporti, anche perché è stata adottata facendo non poche
forzature sui numeri. Insomma, s’è trattato di un’errata percezione del
pericolo legata all’aggressione della Russia all’Ucraina, senza averne voluto
capire i motivi profondi, né aver cercato di rimuovere le cause del conflitto
per favorire la pace. Mi sorge, quindi, il sospetto che la guerra sia stata
alimentata e potenziata di proposito, e che la minaccia russa sia stata
ingigantita intenzionalmente per farci “gridare al lupo, al lupo” in modo da
potenziare la macchina bellica e riempire gli arsenali di armi e i portafogli
dei magnati delle armi.
Ora
che questa follia è diventata realtà vincolante per gli Stati con gli atti
amministrativi che ne sono seguiti, credo che sia obbligatorio dirottare le
spese per gli armamenti sulla messa in sicurezza del territorio, sul
risanamento e il recupero del patrimonio edilizio, sul rafforzamento delle
infrastrutture, eccetera. Occorre fin da subito destinare risorse sufficienti
per contrastare in maniera seria il fenomeno dell’erosione marina, che sta
divorando centinaia di migliaia di ettari di spiaggia, risanare i territori
devastati da frane e smottamenti, consolidando il perimetro di comuni come
Niscemi, che rischia di sparire dalla carta geografica d’Italia, così come
tanti altri comuni della Calabria e di moltissime altre regioni. Non dobbiamo
credere alla storia che non ci sono soldi per la messa in sicurezza del
territorio quando, in quattro e quattr’otto, hanno trovato le risorse per
aumentare la spesa per gli armamenti di circa 70 miliardi l’anno. Le risposte
questa volta non dobbiamo aspettarle, dobbiamo pretenderle anche attraverso
forme di mobilitazione forti e dure.
GLI INCONTRI DI APICE
Il lavoro intellettuale delle donne nel Novecento. Spunti per una
riflessione in occasione dell’anniversario del primo voto femminile.
APICE promuove la giornata di
studi “Il lavoro intellettuale delle donne nel Novecento. Spunti per una
riflessione in occasione dell’anniversario del primo voto femminile”, in
programma giovedì 4 giugno 2026, dalle ore 14.30 alle 18.30, presso l’Aula
113 di via Festa del Perdono 3. Nel quadro delle iniziative dedicate
all’ottantesimo anniversario del suffragio femminile in Italia, l’incontro
intende proporre una riflessione sul ruolo delle donne nel lavoro culturale e
intellettuale del Novecento, con particolare attenzione agli ambiti editoriali,
traduttivi e archivistici. Attraverso prospettive storiche e critiche
differenti, il seminario metterà a fuoco pratiche professionali, reti culturali
e forme di autorappresentazione che hanno contribuito a ridefinire il campo
editoriale e letterario contemporaneo. La giornata sarà articolata attorno alla presentazione e alla
discussione di recenti studi dedicati alle donne nella editoria, nella
traduzione e nella mediazione culturale del Novecento.
Interverranno: Elisa
Gambaro, Linda Giuva, Andrea Palermitano, Bruno Pischedda, Cinzia Scarpino e
Sara Sullam, che presenteranno volumi dedicati, tra le altre, a Natalia
Ginzburg, Adriana Motti, Alba de Céspedes, Adriana Ramelli e alla presenza
femminile nell’editoria italiana e internazionale del Novecento. Alla discussione parteciperanno Laura
Antonietti, Giulia Bassi, Lodovica Braida, Roberta Cesana, Teresa Franco, Elisa
Gambaro, Linda Giuva, Elisa Marazzi, Miriam Nicoli, Andrea Palermitano, Bruno
Pischedda, Giovanna Rosa, Irene Piazzoni e Sara Sullam.
venerdì 29 maggio 2026
PAURA DEI LIBRI?di
Zaccaria Gallo
“Una vita continuamente negata dagli altri”. Federica Montseny
e Virgilia D’Andrea.
Alfredo
Cospito, lo ricordiamo, è in prigione per reati politici (odiosi) ed è sottoposto
al regime speciale del 41 bis, lo stesso che si utilizza per i mafiosi (ma non
è un mafioso). Il 41 bis non significa un carcere crudele, significa un regime
che deve impedire al condannato di avere contatti con la criminalità esterna,
con i suoi compagni di lotta e/o di criminalità. Due anni fa, Cospito chiese di
poter acquistare, a spese sue naturalmente, tre libri e un CD. Questa richiesta
gli fu negata. Il Tribunale di sorveglianza che aveva dato la sua approvazione
iniziale ha fatto ricorso. La Casa Circondariale, il DAP e il Ministro di
Giustizia hanno fatto ricorso, a loro volta, in Cassazione per opporsi alla
concessione dei tre libri e del CD. I libri richiesti sono L’incubo di Hill
House di Shirley Jackson, Ghost story di Peter Straub, Dio gioca
a dadi con il mondo e il CD del gruppo Punk di Brighton, le Lambrine Girls,
dal titolo Who let the dog out. (una dura denuncia contro le ingiustizie sociali che
continuano a dilaniare un mondo sempre più caotico e in cui la musica si fa
strumento politico per esprimere il proprio essere presenti e coscienti). E i
libri? Due storie gotiche e un libro sulla storia della meccanica quantistica.
Spese voluttuarie? Paura per eventuali messaggi dall’interno del carcere
all’esterno? Ma allora anche John Lennon di Imagine: il brano per
eccellenza sulla pace, che invita a immaginare un mondo senza confini né
religioni che dividono? O Bob Dylan di
Blowin’ in the Wind, la canzone simbolo degli
anni ’60 contro l’ingiustizia e la guerra e ancora Rage Against the Machine con Killing in the Name, feroce
critica al razzismo e all’abuso di potere poliziesco? E De André, Guccini,
Tenco, Jannacci e tanti altri? Ecco!
Non intendo indagare sui motivi reconditi
alla base di questa storia. Li lascio alla immaginazione di chi legge le prime
righe che ho scritto. Invece mi sento spinto a parlare di qualcosa che,
comunque, con questo fatto ha un diretto rapporto: la paura dei libri e dell’anarchismo.
Si può avere paura dei libri, ma non dei
libri come oggetti, naturalmente, ma di quello che possono produrre dentro di
noi. Alcuni libri ci leggono mentre li leggiamo; ci spingono a rivedere cose
che serbavamo nel silenzio: sogni, desideri, errori, tormenti, verità, che
avevamo rimosso con cura. A volte, si teme di incominciare a leggere un libro
perché si intuisce che ci potrebbe trasformare, altre volte perché ci rammenta
qualcuno, oppure perché racchiude una parte di noi che non siamo pronti a
conoscere, e così avviene anche per la società per come è costruita e per come
deve operare. Franz Kafka scriveva che un libro deve essere “una scure per il
mare ghiacciato dentro di noi”. Ma una scure è sempre una scure, fa paura
quando è usata, non soltanto per tagliare il legno. Ci sono anche paure più
intime: la paura di non comprendere abbastanza, di restare soli con le proprie
impressioni o persino di essere toccati, troppo profondamente, tanto che certi
libri possono divenire quasi pericolosi perché aprono una porta che poi non si
riesce più a chiudere. Quando si insinua quella paura, sappiamo bene che è un
segnale: il libro ha dentro qualcosa che determina inquietudine, non perché
annienti qualcosa, ma perché invece tocca qualcosa di vivo. Il potere ha avuto
paura dei libri, praticamente in ogni epoca, perché un libro può fare qualcosa
che il potere governa con fatica, perché può dar vita a un pensiero interiore
libero. Una armata si vede, una rivolta, un dissenso, si argina, si reprime, ma
un’idea, un’idea, letta in silenzio da una persona sola, può oltrepassare
frontiere, barriere, censure. Per questo i regimi totalitari hanno spesso
proibito, bruciato o controllato i libri. Nei roghi nazisti vennero annientate
opere ritenute pericolose perché in grado di condizionare coscienze e
immaginazione. Nell’Unione Sovietica molti letterati, romanzieri, poeti, furono
censurati o perseguitati e ancora oggi in moltissimi paesi del mondo alcuni
libri vengono proibiti o sconsigliati nelle scuole o nelle biblioteche o anche
nelle carceri. Il potere, per essere esercitato e sopravvivere, soprattutto
quando esige ubbidienza assoluta, predilige la semplificazione delle cose e dei
rapporti tra gli uomini nella società da esso governato: noi- loro, giusto o
sbagliato, amico-nemico e così via. Un libro, invece, ha anche la capacità di
cercare di comprendere le ragioni del nemico, di farti sorgere dubbi sulle
parole ufficiali che ti vengono somministrate, farti immaginare possibile una vita diversa dalla
tua sotto un regime oppressivo, può farti diventare meno manipolabile ed è per
questo che certe pagine che, all’apparenza, sembrano innocue, invece sono
potentissime: educano a pensare, a sentire, a ricordare, e una persona che
pensa davvero, non potrà mai appartenere completamente ad alcun potere. Persino
la poesia può essere pericolosa, può incutere paura, a volte più di un discorso
politico. La storia della umanità è dunque piena di libri e poesie e testi
teatrali e cinematografici “pericolosissimi”, nel senso che abbiamo detto
sopra. Ci sono, ad esempio moltissimi testi letterari che sono stati prodotti,
in varie epoche, da tutti quegli scrittori che, da esiliati, hanno ritratto
attraverso le loro memorie l’angoscia sociale della guerra e della perdita della
libertà in vari modi, in varie forme. Tutti questi autori, e tra loro gli
scrittori anarchici, narrano le loro storie, facendocele vedere con la
prospettiva di chi è stato esiliato dal tempo e dallo spazio, di chi è stato
negato e ha bisogno di essere visibile.
Tra questi autori vorrei ricordare Federica
Montseny, con il suo libro I miei primi
quarant’anni, e Virgilia D’Andrea con le sue poesie. Federica Monteseny, a
ottant’anni, dal suo esilio in Francia convertirà la sua esperienza
inletteratura. La memoria è sempre stata letta come una forma di conoscenza e,
quindi, la letteratura che si basa su di essa è forma di conoscenza, di studio
e esplorazione della “realtà”, di meditazione sul passato e, di conseguenza,
sul presente. Anche se un testo dovesse concentrarsi sull’io, non
sarebbe mai un io personale, bensì un io collettivo e diventare protagonista
della Storia. Le memorie, soprattutto di chi ha sofferto la guerra, l’esilio,
il dolore delle perdite, la restrizione della libertà, in quest’ottica,
diventano le memorie di un intero popolo e del contesto conflittuale che le ha
generate. Memorie anche necessarie, per esaminare la storia ufficiale in
profondità, scoprire le verità e le manipolazioni, che sempre si nascondono
quando è costruita dai vincitori. Se esiste un filo conduttore che lega parole a
memoria, in questi casi il filo ha un solo nome: resistenza. Le memorie di Federica
Montseny, come quelle di tanti altri repubblicani spagnoli, sono una forma di
resistenza, che non si concluse con la caduta di Madrid o di Barcellona. Nelle sue memorie Federica Montseny adopera parole dure,
realistiche e senza schermi protettivi, perché nascono dalla insanabile
separazione tra un sistema oppressivo e il mondo esterno, e perché,
paradossalmente, prende atto che l’unica realtà possibile, per questi modi
separati di intendere la vita degli esseri umani, è la loro identificazione in un
contesto “politico” che è: l’anarchismo. Ricordarla, oggi, nonostante tutto, è
legittimato dal diritto di parola concesso a chi come lei è stato difensore
della libertà, contro coloro che si imponevano con la forza. Nel 1936, militante
nella organizzazione anarco-sindacalista Confederazione Nacional del Trabajo
(CNT), Federica entra a far parte del governo di Francisco Largo Caballero e le
viene assegnato il ministero della Sanità e della Assistenza Sociale. Ed è, con
quelle idee, che propone di istituire Case di accoglienza per l’infanzia
abbandonata, di emettere norme per liberare le donne dallo sfruttamento della
prostituzione, di coinvolgere, nella società, persone con handicap, di eliminare
l’aborto clandestino, legalizzando il diritto all’aborto assistito. Federica
Montseny rimase in carica fino al maggio del 1937.
Scrisse diverse opere, brevi
romanzi o saggi sull’anarchismo o su altre tematiche sociali e politiche. Per anarchismo, intendeva, che la radice dei mali sociali risiede
nel capitalismo, nell’autorità e nelle disuguaglianze che ne derivano. Tuttavia,
è pur vero che, la vita ai margini di un sistema inaccettabile e del suo
ambiente esterno, non ammette altro stile di vita se non quello
contraddittorio; la linea di divisione stessa è contraddittoria, perché non permette
un distacco completo, e quindi il poter essere al di fuori di esso. Ecco
perché, essere in una società, avendo le idee che aveva Federica, a volte,
significava vivere in modo contraddittorio. Federica dovette quindi accettare
un incarico di governo, dopo molte esitazioni e controversie, perché le
circostanze lo imponevano. Queste circostanze chiamavano anche a combattere in
guerra, difendere la legittimità della Repubblica contro il fascismo. Tutto andrà in fumo con l’inizio della guerra civile, con le
violenze nazi-fasciste, con l’arrivo al potere di Franco. Andrà in esilio in
Francia, assieme a centinaia di migliaia di esuli spagnoli e, da lì, nonostante
il regime di Vichy, continuerà a lottare per la libertà. Arrestata dalla
polizia francese, nonostante il governo spagnolo la rivolesse indietro per
processarla e condannarla a morte, per fortuna non sarà estradata (anche forse
perché era in cinta di una terza bimba).
Federica non tornerà mai più in
Spagna, ma scriverà questo suo libro, per lasciare una testimonianza altissima
di come un’idea anarchica, libera da pregiudizi e ignoranza, contenga valori
importantissimi: il desiderio di una società più giusta e a misura d’uomo. E in
carcere ci andò, molti anni prima, l’altra figura storica dell’anarchismo: Virgilia
D’Andrea. Una vita breve, intensa, ricolma di passioni politiche e d’amore (per
il suo compagno Alessandro Borghi), di tragedie, convegni, comizi, ingiustizie,
fughe, persecuzioni e libri (primo fra tutti Tormento e poi Torce di notte) e poesia. Il 13 marzo del 1923, un
solerte funzionario della questura di Milano la denuncia per vilipendio e istigazione
all’odio di classe. Orfana, in tenera età, a sei anni era stata collocata in un
collegio di suore. L’educazione era rigida, ma Virgilia si appassionò presto
alla lettura e, l’incontro con la poesia di Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci e
Ada Negri, la influenzarono, sia dal punto di vista letterario che etico. Scoprirà
la parola “anarchico” nel 1900, quando Gaetano Bresci uccide, in un attentato,
il Re Umberto I. Mentre le suore obbligano lei e le altre orfanelle del
convento a pregare per il Re, Virgilia non può dimenticare che, a Milano, il generale
Bava Beccaris, mandato dal Re, aveva fatto uccidere i cittadini (ottantuno
morti e 450 feriti) scesi in piazza contro le condizioni di lavoro e l’aumento
del prezzo del pane. Virgilia sentirà un moto di forte simpatia per il giovane
anarchico, piuttosto che verso uno stato macchiato del sangue di esseri umani
innocenti e affamati.
Andata via dal convento, seguirà la strada che il cuore
le aveva indicato, fino ad essere arrestata e imprigionata con l’accusa di
cospirazione contro lo Stato nel 1920. Uscita dal carcere riprenderà
immediatamente la propria attività politica, fino in Francia e poi nell’America
del Nord (morirà a New York il 12 maggio 1933), spendendo le sue ultime energie,
nella lotta contro il fascismo. Si era servita anche della letteratura come
un’arma, “lanciando i suoi versi come una sfida ai prepotenti” disse di lei
Enrico Malatesta nella prefazione di Tormento.
Nemmeno il suo arresto aveva spezzato la volontà di lotta. E così torniamo al
tema iniziale di questo scritto. Virgilia D’Andrea aveva messo nelle sue poesie
qualcosa che il potere temeva molto. Scriveva di ferite sociali, di dignità
umana calpestata con la violenza: era, la sua, una appassionata ribellione
morale, in favore degli ultimi. Così, quando una poesia riesce a trasformare il
dolore individuale in coscienza collettiva, la poesia non è più solo
letteratura. La società può averne paura, perché certe poesie infrangono l’abitudine
e l’indifferenza, forzano a vedere ciò che normalmente si evita di vedere: la miseria,
l’ingiustizia, l’ipocrisia, la violenza nascosta dietro le convenzioni della rispettabilità
e il potere può temerla, perché una poesia così fatta, se entra dove la
propaganda spesso non arriva, nell’anima delle persone, esorta senza obbligare,
non lascia la memoria, si ridice sottovoce, diviene una sorta di libertà
segreta. La voce di Virginia D’Andrea aveva qualcosa di particolarmente
difficile da vanificare: non parlava dall’alto, ma da dentro la sofferenza
umana e politica del suo tempo.
Questo ha dato alle sue parole la resistenza:
si possono censurare i libri, ma è più difficile cancellare una frase che
qualcuno ha sentito vera e che invita a riflettere. Virgilia, per esempio, scrive
la lirica dal titolo “Io non sono vinta!”, durante la detenzione nelle carceri
di Milano. È una poesia di resistenza morale, che scaturisce da un corpo imprigionato.
Ma la volontà e l’ideale restano liberi e i versi iniziali sono già un
manifesto: “No non sono vinta!” Questa negazione possiede una forza immediata, quasi
teatrale: è però profondamente politica ed è, non solo, un’affermazione
personale. È una fiera affermazione contro il potere che tenta di spezzarla; il
carcere appare come uno spazio fisico di oppressione, la cella, i ferri ritorti,
ma la coscienza non viene piegata. L’immaginazione e il sogno frangono
simbolicamente le catene per la libertà, non solo quella che c’è al di fuori,
all’esterno, ma anche quella interiore e morale, sostenuta dalla fede nella
giustizia, nella dignità umana, nella possibilità di poter vivere in un mondo
diverso. Il dolore è visto come una forza e la sofferenza non demolisce il
soggetto poetico, lo fa più forte. Questo è un principio molto moderno, quasi
vitale. Ricorda in parte Giacomo Leopardi per il confronto diretto col dolore, Antonio
Gramsci per l’idea della resistenza morale in carcere, Ada Negri per il tono
sociale e umano. Non è una poesia contemplativa. È una poesia che combatte. Dice:
“Potete incarcerarmi, ma non mi cancellerete”. Per questo, il testo è
sopravvissuto, come simbolo antifascista e libertario, e colpisce ancora oggi,
perché parla di qualche cosa che supera il contesto anarchico del 1920 e invita
a resistere alla umiliazione che ogni potere assoluto vuole infliggere agli
esseri umani, invitandoli sempre a conservare se stessi e a non identificarsi
mai con la sconfitta. È una poesia sulla dignità umana.
Non sono vinta!
No, non sono
vinta.
Vibra, in me, più forte,
l’ardente fede ne l’angusta cella,
l’onda del sogno, che il mio cor
flagella.
No, non sono morta. Ma più pur e alati,
getta la penna, nei tumulti, i versi,
ed essi vanno, azzurri e fascinati,
verso il nitore di bei cieli tersi.
Quando da sola l’anima cammina,
e insidie e frodi il mondo le congiura
e nel fosco de l’ombra essa indovina
che v’è l’agguato bieco e la sventura,
e passa, e lotta e resistente avanza,
senza sgomento, verso l’alte cime
ed aspra diventa la distanza
e più le sembra il sogno suo sublime:
quando… pur triste… e fragile parvenza
inchioda, il mondo, ad ascoltar la voce,
che dalla cupa e turbinosa essenza
urla il martirio dell’ingiusta croce,
allor s’è fatto di granito il core.
E non cede, non muta e non dispera:
canto è di sogno che, giammai, non muore.
Fonte ingemmata di bellezza vera.
Oh! Ben lo so, che se cantato avessi
le vostre glorie e le dorate sale…
se nel tumulto della vita avessi
anch’io venduto o spento l’ideale
certo mi avreste aperto intero il mondo,
rose m’avreste sparse sul cammino,
rete di sogno memore e profondo …
Forse… l’alloro… in fondo al mio destino.
Ma ho cantato di cenci… e ho calpestato
tenero, il fior, de le languenti dame;
ma ho scoperto i solai e ho profanato
l’aria col tanfo dell’occulta fame.
Ma ho cantato di stanchi e di perduti,
di desolati nei singhiozzi proni,
ho pianto sopra i morti ed i caduti,
e merito la gogna… e le prigioni.
Stringete, dunque, ancor ferri e catene!
Le azzurre strofe mie battono l’ala
verso le lotte de le grandi arene…
Le raccoglie la teppa e le immortala”.
[Carceri di
Milano, 28 ottobre 1920]
giovedì 28 maggio 2026
IMPOSTA SUI GRANDI
PATRIMONI
di
Alfonso Gianni
Una
proposta di legge di iniziativa popolare per porre un’imposta sui grandi
patrimoni.
Più le differenze sociali e reddituali si allargano
nel nostro paese e nel mondo, più il tema di ottenere una giustizia fiscale
diventa urgente e necessario. Infatti è argomento di interesse e dibattito particolarmente
nei paesi a capitalismo maturo. Sono ormai molteplici gli studiosi, anche, se
non soprattutto, al di fuori del nostro paese, che sostengono la necessità
urgente di introdurre un’imposta sulle persone dotate di grandi ricchezze. Il citatissimo
Thomas Piketty, al termine di oltre un paio di migliaia di pagine, distribuite
in due ponderosi volumi, dedicate allo studio del moderno capitalismo giunge
alla conclusione (in Capitale e
ideologia, La nave di Teseo, Milano 2020) che il sistema fiscale di una
“società giusta” deve basarsi su tre grandi imposte progressive: “un’imposta
progressiva annuale sulla proprietà, un’imposta progressiva sulle successioni e
un’imposta progressiva sul reddito” (pag.1.108). Più di recente ce lo
ricorda con la consueta precisione Gabriel Zucman, da molti anni studioso della
materia, in un agile, quanto prezioso, libretto recentemente uscito anche in
edizione italiana (Gabriel Zucman I
miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla, Einaudi,
Torino 2026). La questione non si pone soltanto nel nostro paese. Anzi si può
dire che costituisce un tratto caratteristico dei paesi a capitalismo maturo,
dove gli ultraricchi riescono ad eludere l’imposta sul reddito individuale, uno
dei pilastri di qualsiasi sistema che si prefigga il compito di raggiungere una
giustizia fiscale. La ragione è facilmente comprensibile: i ricchi riescono
facilmente a strutturare la composizione del loro patrimonio in modo tale che
alla fine il reddito tassabile risulti assai basso o addirittura nullo. Basta
guardare a quello che succede negli Stati Uniti. Una testata no profit - ProPublica - ha dimostrato che per
diversi anni notissimi miliardari, quali Elon Musk e Jeff Bezos, non hanno
pagato quasi nessuna imposta sul loro reddito individuale. Anzi, per quanto sia
incredibile, Bezos in un’occasione ha dichiarato talmente poco da potere
chiedere e ottenere i sussidi familiari previsti per le persone effettivamente
povere.
Un altro studio molto accurato, frutto del lavoro di quattro
economisti italiani (Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro), ha chiarito come
anche in Italia le casse dello Stato sono impoverite non tanto dall’evasione
fiscale - che pure esiste in modo consistente e va ovviamente combattuta - cioè
da chi si sottrae completamente al fisco, quanto dall’elusione fiscale,
ottenuta attraverso una serie di artifici e di trovate di ingegneria fiscale, a
cui solo coloro che hanno diverse fonti di creazione di ricchezza, e una
pletora di fiscalisti adisposizione, possono accedere. Il che peggiora
enormemente il quadro fiscale del nostro paese, già reso ingiusto dalla
drastica riduzione del criterio di progressività che pure è contenuto a chiare
lettere nell’articolo 53, secondo comma, della nostra Costituzione, che finora
nessuno ha tentato di (contro)riformare, ma di svuotare purtroppo sé e tanto. I
dati a disposizione di chiunque abbia la voglia di consultarli - non sto
rivelando segreti di Stato - dimostrano che il sistema fiscale italiano è solo
leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito,
mentre è grandemente regressivo per il restante 5 per cento. Dentro
quest’ultima fetta, in una proporzione minima ma danarosa si accomodano i super
ricchi. Questo fa sì che i miliardari non pagano neppure la metà di quello che
un cittadino medio onesto versa al fisco. C’è da domandarsi come si possa
essere giunti in questa situazione di così evidente ingiustizia. La risposta va
cercata in quelle teorie e pratiche, che comunemente vengono chiamate
neoliberiste, che si sono imposte a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.
Per quanto riguarda l’ambito fiscale ha fatto testo e scuola la cosiddetta curva di Laffer. Dal 2015 i visitatori del Museo Nazionale di Storia Americana, possono vedere esposto un tovagliolo disegnato dall’economista Arthur Laffer, durante un pranzo in un noto ristorante. Si tratta (o si dovrebbe trattare) dell’originale tovagliolo su cui, nel 1974, l’economista disegnò la famosa curva a campana (o a “U” rovesciata che dir si voglia) per convincere Donald Rumsfeld (poi diventato segretario alla Difesa sotto la presidenza di Gerald Ford e vent’anni dopo nello stesso ruolo con la presidenza di George W. Bush) che più le tasse erano elevate minori sarebbero state le entrate per lo Stato. E purtroppo ci riuscì, visto che Ronald Reagan accolse il suggerimento e lo trasferì in pratica, seguito in pochi anni dai governanti degli altri paesi occidentali. Eppure durante i cosiddetti trenta anni gloriosi, cioè dal dopoguerra fino alla fine degli anni settanta, il capitalismo si sviluppò potentemente pur in presenza di una tassazione per le maggiori ricchezze che non ha paragoni con quella attuale. Si pensi che - prendendo sempre ad esempio gli Usa - nel 1960 l’aliquota marginale era del 91 per cento, colpendo i redditi che superavano la soglia del reddito nazionale medio di quasi cento volte. Ma non si trattava di un’eccezione, poiché elevate tassazioni sulle grandi ricchezze erano praticate in tutti o quasi i paesi a capitalismo maturo. Nel Regno Unito, prima del sopravvento della Thatcher, l’aliquota marginale raggiungeva il 98 per cento. Ma il sistema non ne soffriva. Anzi. I tassi di crescita dell’economia erano, come noto, ben superiori a quelli attuali.
Quelle elevate tassazioni, praticate su una fetta ristretta di
super ricchi, unitamente ad un sistema progressivo, corrispondevano non solo a
un principio di maggiore giustizia fiscale e sociale, ma anche alla convinzione
- storicamente dimostrata - che l’estrema diseguaglianza danneggia la società
da ogni punto di vista, mentre l’economia funziona assai meglio se si scoraggia
la rendita, sia che questa provenga da beni immobiliari che da titoli finanziari.
È proprio questo elementare principio che è stato rovesciato dal neoliberismo,
creando il mito dell’arricchimento senza limiti e senza doveri verso la
società. La lotta di classe è stata vinta dai ricchi come sappiamo. Nel caso
italiano la riforma fiscale, entrata in vigore nel primo gennaio del 1974, aveva
introdotto l’Irpef strutturandola originariamente su ben 32 scaglioni di reddito, con aliquote
progressive dal 10% al 72%. Ora abbiamo invece tre aliquote
(la maggiore è del 43 per cento) e c’è chi sogna di introdurre la flat tax. La conseguenza è che il peso
del gettito fiscale grava in modo prevalente sulle spalle dei lavoratori e dei
pensionati - che contribuiscono per l’84,6% alle entrate fiscali dello Stato
secondo in dati più recenti - impossibilitati come sono sia ad evadere quanto
ad eludere. Così la capacità di spesa dei governi, al di là del loro colore
politico, è limitata, soprattutto per finalità sociali (anche per il vincolo
del pareggio di bilancio introdotto in Costituzione nel 2012, all’articolo 81).
Cosicché si è costretti a pietire in sede europea la sospensione del Patto di
stabilità, come sta facendo il governo Meloni malgrado l’avesse votato solo due
anni addietro, ricevendo finora risposte negative. È chiaro che ci vorrebbe un
ridisegno complessivo del sistema fiscale italiano, informato a criteri di
progressività. Ma è altrettanto evidente che si tratta di un lavoro complesso,
che tuttavia potrebbe, anzi dovrebbe, entrare nel programma di un governo
alternativo a quello attuale.
In attesa che maturino le condizioni perché ciò accada, un gruppo di cittadini, fra i quali lo scrivente, hanno sottoscritto e lanciato una raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare (Lip) per introdurre una imposta sui grandi patrimoni e coerentemente portare la tassa di successione almeno ai livelli europei. Abbiamo in sostanza previsto di istituire una imposta patrimoniale annuale sulle persone fisiche applicata esclusivamente alla quota eccedente 2 milioni di euro, escludendo la prima casa dalla base imponibile. Le aliquote previste variano dall’1% al 3,5%, a seconda dell’entità della quota eccedente i 2 milioni. Per la tassa di successione è previsto un aumento, anch’esso progressivo, fatta salva la franchigia di un milione di euro.
Non è la
rivoluzione come si vede, ma permetterebbe un introito per le casse dello stato
di decine di miliardi capaci di aumentare la capacità di spesa per i bisogni
dei cittadini, come per la sanità e l’istruzione. Naturalmente c’è da
aspettarsi una feroce campagna delle destre - l’hanno già messa in atto - secondo
la famosa litania del “stanno mettendo le mani nelle tasche degli italiani”. Ma
è evidente che tale proposta non aggraverebbe la tassazione per la stragrande
maggioranza della popolazione, ma solo per quel ristretto numero di coloro che
hanno grande capacità contributiva. Una prima misura di giustizia fiscale e
sociale e nello stesso tempo di sostegno per una economia basata sui bisogni
dei cittadini e la difesa dell’ambiente.
Perché la
proposta di legge possa essere discussa dal parlamento servono almeno 50 mila
firme da raccogliere in sei mesi, a partire dal 13 maggio, ma ci auguriamo di
poterne ricevere molte di più. Naturalmente sappiamo che i rapporti di forza
parlamentari non ci sono favorevoli, almeno entro i confini della attuale legislatura.
Ma il regolamento del Senato, a differenza del passato, impone che entro termini
di tempo precisi una legge di iniziativa popolare (Lip) venga discussa e
votata. In questo modo possiamo contribuire ad accendere un dibattito attorno a
questo tema anche nelle istituzioni, oltre che nel paese. Per leggere il testo della
Lip, i nomi dei sostenitori e altre notizie utili, fra cui l’indicazione di
come firmare sulla apposita piattaforma del Ministero, basta visitare il sito: www.unpercentoequo.it
Per
raggiungere la piattaforma del Ministero per apporre la firma digitale con Spid
o Cie, si può farlo anche direttamente al seguente link:
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500014
LE PAROLE OSCENE
di
Nino Di Paolo
Anche
questa volta, come nello scorso autunno, in corrispondenza della missione
nonviolenta della Flotilla, oltre a registrare le prevedibili e previste
bestialità perpetrate dai pirati dell’innominabile primo ministro di Israele,
abbiamo dovuto subire cascate di parole oscene. Chiamare arresti i sequestri,
percosse le torture, provocatori i nonviolenti, terroristi i disarmati, sono
atti osceni. Ricordo che alcuni decenni fa, quando chi aveva abbracciato la
lotta armata smise di praticarla, un senso di smarrimento percorse le menti dei
reazionari di casa nostra. “Come faremo a far passare per terroristi coloro che
non si inchinano all’unico ordine possibile se nessuno spara più?” si
chiedevano i maestri di pensiero del mainstream mediatico. E tifavano, sotto
sotto, senza poterlo dire, che qualche lupo solitario, qualche scheggia
impazzita sparasse a qualcuno. Questo recondito bisogno è arrivato comunque
fino ai nostri giorni con ministri che si paragonano a Giovanni Falcone o che
attribuiscono omicidi di mafia alle BR. Lapsus, nel secondo caso, ma intanto nel
primo, lasciamo perdere… Vero è che in ogni angolo del mondo, ormai, il termine
“terrorista” non si nega più a nessuno, ma anzi viene più frequentemente
appioppato a chi non terrorizza ma vuole evitare di essere terrorizzato, cioè
all’oppositore del Governo in carica, dittatoriale, autocratico o para-democratico
che sia. Oggi, da noi, mancando (fortunatamente) lupi solitari e schegge
impazzite, come colpire chi prova, senza armi, a mettere umanità in
contrapposizione alla bestiale violenza dei prepotenti? Semplice, chiamando
arresti i sequestri, percosse le torture, provocatori i nonviolenti, terroristi
i disarmati. Ora, che questo lo facciano le testate giornalistiche dichiaratamente
reazionarie indigna (sempre) ma non meraviglia, è quando testate e talk show
televisivi vogliono fare gli equidistanti che iniziano i conati di vomito. Quando
ad utilizzare questo linguaggio, magari non in malafede ma proprio perché lo
hanno introiettato, sono esponenti della stampa o politici che si dichiarano
progressisti o riformisti, allora il disgusto diviene totale. Possiamo, direi
dobbiamo, essere disgustati da tutto ciò ma questo non ci esime dal continuare
a utilizzare le parole della nostra lingua nel senso appropriato del loro
significato. Se non vogliamo entrare nella terminologia dell’agone politico,
possiamo iniziare dal Discorso della Montagna, dalle Beatitudini. E non
andremmo fuori strada.
mercoledì 27 maggio 2026
ELEZIONI COMUNALI
di Franco Astengo
Numeri provvisori dal primo turno.
Sicuramente
è impresa coraggiosa tentare di ricavare dati di indicazione generale sul piano
politico dall'esito del primo turno delle elezioni comunali svolte il 24-25
maggio 2026 in molte regioni italiane. Ci riferiamo ai 18 comuni capoluogo di
provincia dove si è votato: Venezia, Reggio Calabria, Lecco, Mantova, Arezzo,
Pistoia, Prato, Fermo, Macerata, Chieti, Andria, Trani, Crotone, Agrigento,
Messina, Enna, Avellino ritenendo il loro risultato quello più analizzabile sul
terreno politico generale. Del resto l'analisi del risultato di tutti i comuni
è fortemente condizionato dalle alleanze variabili stabilitesi a livello locale
e dalla presenza in tutti i piccoli comuni di un grande numero di liste civiche
e pseudo-tali. Abbiamo vissuto fasi di grande volatilità elettorale e di forte
crescita dell'astensione poi frenata molto parzialmente in occasione del
referendum sulla giustizia del 23 marzo di quest'anno. Sorprenderà allora
questa valutazione di sostanziale stabilità tra l'esito delle elezioni comunali
precedenti (svoltesi tra il 2020 e il 2021 sempre in riferimento ai capoluoghi
già citati) e l'esito di quelle tenutesi domenica e lunedì scorsi. La nostra
valutazione è di tipo complessivo ed esula dalla specifica importanza delle
singole situazioni da Venezia a Reggio Calabria, da Messina a Salerno (certo
che si conferma ancora una volta il rinserramento nell'Italia Centrale e
segnatamente in Toscana delle coalizioni a trazione PD) pur con qualche
eccezione.
Eppure tirando giù i dati nel
dettaglio sembra proprio essere così: un dato complessivo di scarsi scostamenti
tanto da farci ritornare indietro ai tempi di quando uno spostamento dello 0,2
in avanti o all'indietro poteva causare uno sconvolgimento nell'assetto di una
forza politica (non dimentichiamoci di quale effetto ebbe, ad esempio, nel PSI
il mancato raggiungimento della soglia psicologica del 10% in occasione delle
elezioni politiche del 20 giugno 1976).
Vediamo in estrema
sintesi:
nei 18 comuni capoluogo erano
iscritti nelle liste elettori 1,408.899 elettrici ed elettori. Hanno depositato
un voto valido nell'urna (il riferimento è ai candidati sindaci) 835.491
cittadine e cittadini pari al 59,30%. Negli stessi capoluoghi in occasione
delle precedenti elezioni comunali elettrici ed elettori aventi diritto
assommavano a 1.437.715; i voti validi furono 872.924 pari al 60,71% (la
flessione è dell'1,41%). Nell'occasione del 2026 i 18 candidati sindaci
presentati dal centrodestra hanno ottenuto 317.134 voti pari al 22,50% sul
totale degli aventi diritto; mentre quelli presentati dal cosiddetto
"Campo Largo" ne hanno assommato 317.527 pari al 22,53% (aleggia lo
spettro del pareggio nonostante l'ingresso del M5S nel cosiddetto "campo
largo" : ingresso che, alla luce del responso dei numeri, potrebbe essere
giudicato ininfluente; ma si conosce il divario di consenso prodotto dal M5S
tra elezioni locali e consultazioni generali). Le candidature civiche e
"altre" alle quali abbiamo assimilato anche quelle di De Luca a
Salerno e Basile a Messina (e non quella di Crisafulli a Enna assegnata al
"Campo Largo") hanno toccato i 200.830 suffragi (pari al 14,25% sul
totale degli avanti diritto).
Questi gli scostamenti
rispetto alle precedenti comunali:
le candidature del centro-destra
avevano avuto 321.686 consensi pari al 22,37% degli aventi diritto (nel 2026
crescita dello 0,13%); le candidature del centro-sinistra avevano avuto 348.311
voti (nel 2026 un meno 1,69%) quelle del M5S 35.452 voti pari al 2,46% e quelle
"civiche e altre" 167.475 voti pari all'11,66%. In sostanza: la
partecipazione al voto dopo le montagne russe tra politiche 2022, regionali
2024-2025, referendum 2026 (nell'occasione delle elezioni regionali 2024-2025
la partecipazione complessiva era scesa al 50,24% sempre in riferimento ai 18
capoluoghi presi in esame per risalire al 58,96% nel referendum sulla giustizia
2026) appare tornata al livello delle elezioni comunali 2020-2021 (-1,41%). Anche
le candidature del centro-destra sono rimaste stabili crescendo, di elezioni
comunale in elezione comunale, dello 0,13%. Sul versante del "campo
largo" sempre riferendoci all'esito delle candidature a Sindaco si direbbe
che non è emerso alcun vantaggio dall'ingresso del M5S (in totale la perdita
complessiva è dell'1,69% mentre il MoVI Mento aveva avuto il 2,46%). Crescono
le candidature civiche e altre fino al 14,25% dal precedente 11,66% ma qui
entra in ballo il peso degli "affaire" De Luca a Salerno e Basile a
Messina. Tutto questo in via provvisoria in attesa di maturare ulteriori
riflessioni.
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