UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 30 novembre 2025

ARTE
di Flavio Caroli



Luigi Melandri artista accattivante e protagonista dell’invenzione grafica.
 
Confesso che non avevo capito bene. Ho capito adesso, dopo aver guardato e letto questo bellissimo libro di Rina Melandri, che parla di un vero artista, elegante, rapinoso, intelligente, accattivante, un autentico protagonista dell’invenzione grafica in tutta la prima metà del XX secolo. A me incanta anche come pittore. E come potrebbe non farlo, quando vedo l’affondo dei campi, e là in fondo lo zuccherificio, ripreso con l’inquadratura esatta di una fotografia che scattai da ragazzino, all’alba, dalla finestra sul retro della mia casa in Via Reale? Come potrei non emozionarmi quando vedo il molo “corto” di Marina di Ravenna, dove pescavo i “pidocchi” nelle mie prime immersioni subacquee (dico “corto” perché poi sono arrivati i moli “grandi”, protesi nel mare, e lì è veramente cambiato il mondo)? Come potrei non commuovermi, quando vedo i mazzi di fiori, così simili a quelli che Giulio Ruffini dipinse per mascherare una crepa su uno specchio di casa, con me che lo guardavo, nella mattina di primavera, per capire il mistero di quei colori infinitamente attraenti, morbidi e lucidi come gelati? 


Luigi Melandri

Ho capito, da questo libro, che i cromosomi, le aure, il Dna di Luigi Melandri, sono esattamente quelli in cui affonda la mia esistenza. Come potrei non farlo, quando leggo del Teatro, che per me vuol dire le notti di Capodanno, quando i suonatori, a mezzanotte e mezzo, interrompevano le danze e venivano a mangiare a casa mia, e io li spiavo, sotto i lampadari decò che illuminano il mio tavolo anche in questo momento? Mi offesi moltissimo quando, un anno, mi misero a dormire a casa della zia, in Via Bassa, perché a casa non avrei potuto riposare. Ma già: il mio orizzonte vitale originario è tutto lì, fra la Via Bassa e la via Reale… Come potrei non emozionarmi, quando leggo del padre del mio amatissimo cugino Mario Salvagiani, il senatore Rodolfo che scappa a Milano per salvare la pelle, e chi gliela salva è proprio Luigi Melandri? E poi c’è la Drusilla… Ecco: la Drusilla è certamente la prima persona che ha preso la mia testa fra le mani, perché è stata lei (l’ho sempre saputo) a tirarmi fuori dalla mia mamma, nell’alba mi dicono gelida del 9 marzo 1945. La Drusilla abitava vicino al prof. Achille Melandri (padre della nostra Autrice), cui dedico queste righe. È stato lui a insegnarmi i rudimenti (un po’ anche i trucchi) della lingua italiana. Se un po’, in queste righe, mi sono spiegato, lo devo prima di tutto a lui, e al lontano vento di poesia che arriva da Luigi Melandri, lo devo alla catena cromosomica che un giorno è cominciata, che ancora vive evidentemente, e che durerà finché durerà.

 
ALBUM































ASCOLTIAMO LE PIETRE
di Zaccaria Gallo


 
Venti di guerra soffiano sulla coscienza del mondo. Venti di barbarie travolgono le anime che vogliono la pace. La libertà, la vita, la felicità sono diritti violati continuamente. Senza sosta, in gran parte della terra, dalle guerre e dall’assenza si pace. Chi dobbiamo interrogare allora, qui, oggi? Ascoltiamo le pietre. Oggetti all’apparenza inerti, ma picchetti di campi e ovili. Guanciali per il Cristo dormiente, armadi per i vestiti del bagnante, sedili, riassunti plastici di una giornata. Sì, le pietre… le nostre pietre. Queste pietre! Quelle che vivono da secoli e salutano il sole quando nasce, la luna quando le bagna di luce, le stelle che cantano la canzone della notte. Nella memoria, queste pietre hanno perso il loro rigore, si sono ammorbidite, come cose di carne, levigate dal vento, molate dal tempo. Conservano tesori di saggezza. Ascoltiamo la loro voce. La sentite?



 Un impercettibile battito che viene da sotto la loro scorza e che dice: guardateci! Siamo quattro, messe qui, di pietra. Siamo il Dolmen. Io mi chiamo Rispetto: non ci potrà mai essere pace, senza il rispetto delle differenze. Io mi chiamo Etica: non ci potrà mai essere pace, se l’uomo non rinuncia ad armare gli altri uomini. Io mi chiamo Libertà: mai pace potrà esserci nel cuore e nell’anima di un uomo schiavo di un altro uomo, di un popolo schiavo di un altro popolo, non ci potrà essere pace in un paese che diventa una prigione, perché uomini e donne e bambini non possono muoversi liberamente; non potrà esserci pace, fino a che un uomo sfrutterà un altro uomo. E, infine, io mi chiamo Giustizia: non potrà mai esserci pace nel mondo, fino a quando ci saranno i poveri, gli affamati, gli assetati, i senza casa e senza lavoro. 



Queste quattro grandi pietre, così come sono messe, in questo posto, ci parlano delle condizioni necessarie perché la pace non sia una parola vana e non è un caso che questo Dolmen, che così ci parla, sia stato scelto come monumento della e per la pace dall’Unesco. Non poteva esserci scelta migliore, e mi piace pensare, infine che sia stato eretto da qualcuno di quegli uomini che dal Neolitico, all’età del ferro, abitarono nelle nostre contrade, provenendo magari dalla grotta di Scaloria, vicino a Manfredonia, dove dieci anni fa una grande archeologa, Maria Gimbutas ha fatto una scoperta che ha rivoluzionato le nostre conoscenze. In quel posto, infatti, Maria Gimbutas ha scoperto che è esistita una società policentrica, che non ha mai usato le armi e non ha costruito fortificazioni e che ha fatto del suo grande senso del Sacro verso la terra, la Dea Madre, una società edificata sulla pace. Proprio qui da noi. Nella nostra terra. Nella nostra Puglia.

LE POESIE DI GACCIONE IN “UNA GIOIOSA FATICA
di Filippo Ravizza  
 

Questa nota del poeta e critico Filippo Ravizza è apparsa giovedì 20 novembre sul quotidiano “Libertà” di Piacenza. Ringraziamo la redazione per averne autorizzato la riproduzione.

Angelo Gaccione è intellettuale noto, di multiforme ingegno: narratore (ricordiamo almeno due raccolte intense e dense di racconti come Lincendio di Roccabruna, 2019, Sonata in due movimenti 2022); drammaturgo (Tradimenti, La Porta del Sangue, Stupro, Ostaggi a teatro), saggista: Contrappunti, e autore di epistolari come Lettere ad Azzurra e del carteggio con lo scrittore Carlo Cassola. Vive e lavora a Milano, e - altro lato centrale della sua poliedrica presenza - dirige da ventidue anni il giornale di cultura Odissea. Ma la fonte originaria, ciò da cui tutto è nato e da cui si è sviluppata la sua presenza culturale è la poesia. La poesia mi è appartenuta, io sono appartenuto alla poesia. Ho scritto le prime poesie chero poco più che un ragazzo ha avuto modo di chiarire il nostro autore. Non meraviglierà quindi che proprio con la poesia, con la parola in versi, in questi giorni avvenga il suo ritorno nelle librerie. Si tratta di: Una gioiosa fatica. 1964-2022, un florilegio di quasi sessantanni di dedizione alla scrittura poetica. Il libro pubblicato da La scuola di Pitagora, nella collana Fendinebbia, a cura del docente della Cattolica e critico Giuseppe Langella, con importanti contributi dei poeti Franco Loi e Tiziano Rossi, nonché del filosofo Fulvio Papi. Una gioiosa fatica è dunque espressione di un lungo cammino - espressione del rapporto tra lautore e il mondo - che il libro organizza in dodici stazioni: Le straniere, Le milanesi, Le sacre, Le ultime… dodici tappe che disegnano un affresco generale, una ben precisa visione del mondo” in un continuo cambio di stile e di materia poetica. Un cammino - ha scritto Tiziano Rossi nell introduzione - in cui lio lirico non si nasconde, anzi si espone con nettezza, confrontandosi con i tanti volti del mondo, mentre Franco Loi nota la tensione verso qualcosa di trascendente; si chiami natura o società; dal canto suo, il filosofo Fulvio Papi sottolinea:Gaccione mi sembra sempre lo stesso: la poesia viene a lui come unonda durto della realtà e la composizione laccoglie con le parole che dal profondo vengono a galla come da tempo attese.

 


 

                  

SCAFFALI

di Alida Airaghi


Carmen Yáñez

Scrivere poesia per celebrare un amore.


Il mestiere della solitudine, ultimo libro di versi pubblicato da
Carmen Yáñez (1952, Santiago del Cile), ha un prodromo nel romanzo Un amore fuori dal tempo, uscito sempre da Guanda nel 2022, storia dell’amore lungo e tormentato vissuto dall’autrice con Luis Sepùlveda. I due poeti si erano conosciuti giovanissimi, e sposati nel 1971 (nonostante l’opposizione dei genitori di lei), dopo un sodalizio fatto di battaglie e ideali condivisi. Dal matrimonio era nato un figlio, Carlos Lenin Sepúlveda Yáñez, ma la vita del piccolo nucleo familiare era stata presto travolta dai tragici avvenimenti politici che l’11 settembre 1973 aveva posto fine alla democrazia cilena, con il golpe del generale Pinochet. Sepulveda, che faceva parte della guardia armata di Salvador Allende, venne arrestato e torturato, e anche Carmen fu rinchiusa nel centro di tortura di Villa Grimaldi. Dopo la prigionia, entrambi presero la via dell’esilio, Luis rifugiandosi in Ecuador e Carmen in Svezia. Lo scrittore si trasferì poi, dopo aver peregrinato in tutta l’America latina, ad Amburgo, dove sposò Margarita Seven, che gli diede altri tre figli. Separatasi da questa seconda moglie nel 1996, ristabilì la relazione con Carmen, con cui aveva mantenuto rapporti amichevoli. I due si risposarono nel 2004, carichi di esperienze e vissuti differenti, ma scoprendosi ancora più uniti di prima. Stabilitisi insieme in Spagna, nelle Asturie, hanno vissuto in simbiosi sentimentale e lavorativa fino alla morte di Luis, sopravvenuta in Portogallo nel 2020 per un’infezione da Covid.


Carmen Yáñez ha partecipato a diversi festival internazionali, e le sono stati conferiti molti premi. Numerose sono le sue raccolte di versi pubblicate da Guanda. Quest’ultimo volume, con testo spagnolo a fronte, è un commosso canzoniere d’amore dedicato al compagno di tutta la vita.

Dopo il dolore, la rabbia, il senso impotente di sconfitta, nelle pagine affiora una lenta accettazione del lutto, un pacato accompagnamento alla rassegnazione, l’accoglienza pacificata della solitudine come “muta compagna” fedele. La poetessa così presenta il suo lavoro: “Durante la scrittura di queste poesie ho imparato molte cose che prima non avevo avuto bisogno di imparare, tra cui come convivere con il dolore tenendo a bada la tentazione dell'abisso. Ho imparato ad avvicinarmi alla morte e, piano piano, ad accettarla per quello che è. Un altro modo di vivere nella memoria”.

Le composizioni ripercorrono la relazione con Luis, fattasi più intensa dopo la lunga separazione, quasi a recuperare il tempo perduto. Eravamo così felici / e non ci accorgevamo della dimensione della vita, / dell’invisibile minaccia, dell’ombra lunga della paura / noi non sapevamo nulla, insolenti, amandoci con previsioni di futuro”.


Si fa più acuto il ricordo dell’improvvisa e imprevedibile malattia del marito, annunciatasi subdolamente e sottovalutata dall’ambiente medico: “E io vado a prenderti un altro pigiama. / Hai sete e mi chiedi acqua fresca. // Penso che siamo ancora in tempo per salvarti // e ci aggrappiamo alle boe di misere certezze”.  Come un incubo riappaiono alla memoria i corridoi desolati della clinica portoghese, i camici bianchi dei dottori, il menù ospedaliero, lo squallore della mensa per i parenti. E poi, strazianti, la morte, il distacco, il rimpianto: “Ha lasciato il suo coltellino, / la piccola balena, ricordo di Greenpeace, / la penna e la Moleskine. / È partito nudo”.

Il rientro solitario nella casa vuota non trova consolazione: “Il tuo lato del letto si raffredda, / si raffredda la cena e la tua poltrona. / È proprio vero, amore, che non torni?”; “Non troverò mai più / una voce come la tua. / Enfatica, chiara, precisa, dolce. / La tua voce di parole giuste, / imprescindibili”; “Ululo come una lupa / sotto la luna fredda”; La casa è piena di te”; “Le mie mani invecchiano / senza le tue”.

Ma esiste in Carmen, pur nel silenzio di un’assenza irreparabile, anche una nuova consapevolezza della propria dignità di poeta, moglie e poi vedova di un poeta, convinta dell’importanza della storia vissuta, irripetibile e non procrastinabile nell’illusione di un’eternità oltremondana: “Gli agnostici non vanno in cielo, / li punisce la divinità degli dei, / il dito che indica il peccato di negarli. // Bene! Resteranno qui una volta morti, / diventando parte del granito, della polvere in volo / e parte del polline che feconda la terra”.


C’è la rivendicazione femminilmente orgogliosa del proprio passato (“Porto con me tutte quelle che sono stata”), e la certezza che nella solitudine ritroverà la capacità di testimoniare: “Devo allontanarmi dal dolore, per scrivere del dolore”.

Sarà il suo stato di donna sola a preparare Carmen alla fine, senza temere nulla, sapendo di avere goduto di molti momenti esaltanti dalla vita in comune con Luis Sepulveda (tra loro si chiamavano Lucho e Pelusa), e di poter continuare a goderne nel ricordo.

“So che l’eternità non esiste, /e non esiste l’aldilà degli abbracci, / e che il cielo non protegge gli amori perduti. // So che è un triste sollievo / scrutare le stelle nel firmamento”.

Alla dolcezza del passato e alla bellezza del presente che resta da vivere, recuperabili nella poesia, Carmen Yáñez si aggrapperà per non lasciarsi sopraffare dal buio e dal silenzio.


 

Carmen Yáñez  

Il mestiere della solitudine

Guanda - 2025

Pagine 112 € 18

Traduzione di Roberta Bovaia 

 
 

LIBRI
di Roberto Caracci


Alfredo Panetta
 
La Calabria di Panetta, tra sangue e sole.
 
Nel poeta calabrese Alfredo Panetta rivive da anni nelle sue poesie in purissimo dialetto regionale la sua arcaica Calabria, terra bella e amara, devastata come è noto dal quel criminale fenomeno della ’ndrangheta che oggi dà il titolo al suo ultimo volume, pubblicato da Passigli Editore, con prefazione di A. Anedda e nota finale di don Luigi Ciotti. La sua precedente poesia, passata attraverso almeno quattro case editrici, dalla Moretti & Vitali a la Vita Felice, da Puntoacapo a Passigli, conta già titoli forti e suggestivi, come (in Italiano) Pietre di confine, Un nido nel fango, Radici mobili, Tra rovi e sogni, e Il crollo del ponte (sul ponte di Genova). Una poesia civile, sociale, secondo molti anche improntata eticamente e politicamente, che si caratterizza per un lirismo scabroso, rude, amaro, che nulla risparmia di quel paesaggio devastato che è la Calabria della ’ndrangheta. Qui parlano i morti, gli assassinati, le vittime, come in una moderna e tragica Spoon River della mafia, ma non solo loro, parlano anche i carnefici, i predatori, i carcerieri, parla il paesaggio che fa da sfondo e da vittima di tanta violenza, e soprattutto parla l’occhio del poeta, testimone spietato ed empatico, che fa delle scene di delitti figure di una tragedia in atto, cinematograficamente illuminate, vere e proprie cruente diapositive della violenza. Lo stile infatti, crudo e intenso, ricco di metafore e di immagini taglienti, ci parla anche di un paesaggio, come quello calabro, fatto di prati e fango, rocce, fiumare, che sembra partecipare degli episodi delittuosi come in quadri potenti in cui cielo e terra sono parte dell’azione. 



Tutto è orchestrato come magma sonoro, fortemente impastato di parola e materia, lirica e fango, terra e sangue che urlano fame di giustizia. Le vittime della violenza mafiosa, tutte reali (su ciascuna delle quali vi è alla fine del libro una nota storica) ricevono per così dire il loro riscatto etico e lirico dalla voce del poeta. Una memoria come risarcimento che rende quasi giustizia lirica a persone che non la hanno ottenute in vita. Vi è un piglio manzoniano (o alla Sciascia) in questo polemos tra vincitori presenti e vinti, predatori e prede, carnefici e vittime, lupi e agnelli sacrificali, che rimanda non a una giustizia divina ma a una memoria come riparazione poetica a tanto dolore. Memoria come resistenza e speranza nonostante tutto, potremmo dire. Come da piccolo, racconta il poeta ex cacciatore pentito, aveva cominciato a convertire la sua violenza ludica nei confronti del mondo animale in totale empatia con quel mondo, in solidarietà panteistica, così oggi l’empatia con il mondo delle vittime, dei deboli, dei sommersi e non salvati (per citare Levi) è totale, oltre i limiti della denuncia e dello sdegno etico. Anche perché è totale l’amore per quella Calabria che con la bellezza della sua natura e dei suoi paesaggi rappresenta nella poetica di Panetta quasi un Eden incontaminato, contaminato invece oggi persino nella Lombardia (dove l’autore abita) e in Germania (come i fatti di cronaca nera hanno attestato) da un sangue che macchia e deturpa il paesaggio naturale e umano di un grande popolo. Predatori e predati, dunque. Forse nessuno è innocente, forse anche la materia (roccia, pietra, asfalto, fango, sangue) diventa complice di tale delittuosità. È una poesia implosa, per così dire, come risposta etica oltre che poetica alla ‘esplosione’ dei mitra e del tritolo. Tant’è che due belle e forti immagini poetiche (e di poetica) vengono evidenziate nella prefazione di A. Anedda e nella nota di Don Ciotti, la “penna come manico di zappa” e “le parole come raffiche di mitra”. 



Cosa può fare un poeta di fronte a tanto strazio? Come già ci insegna Dante, la poesia può rispondere all’orrore del mondo con l’orrore della poesia, quando racconta e si oppone a quel mondo senza spargere sangue. Ecco perché parliamo di mimesi, di poesia mimetica come empatia, perché il poeta con la crudezza del dialetto, ancora più aderente a quel mondo, si getta anima e corpo in quella materia esplosiva, e ne parla con una lingua doppiamente materna: destino, omertà, complicità ineluttabile.
È ancora attuale la violenza fratricida raccontata nella copertina di uno dei primi libri di Panetta, e citata anche qui, la sanguinolenta lotta tra Rusticanti dell’omonimo quadro di Goya, essendo la ’ndrangheta un maleficio cresciuto come un bubbone nel contesto di quel clima, e infestando gli stessi calabresi, fratelli contro fratelli (“di che reggimento siete, fratelli?” scriveva Ungaretti in clima bellico). Cadono testimoni di giustizia, cadono pentiti, cadono latitanti, giudici, ispettori, cadono gli stessi boss, per mano di altri nuovi boss. Questo canta il libro, come annuncia la quasi epica poesia introduttiva. (“Canto le muse che non ho. Vite/ freddate dal Grande Predatore…”). Persino i carcerieri della mafia locale parlano in questo libro dove tante sono le voci, ma unica è la voce della violenza. 


Personaggi famosi come il giudice Scopelliti, Nicholas il bambino straniero ucciso per caso in un agguato, o meno famosi come il professore stesso dell’autore, Francesco Panzera. Un gran coro di voci che parlano dall’oltretomba: il poeta parla per loro, che si auto-raccontano attraverso la poesia, ma qui è la Calabria stessa (e un pezzo della vita dell’autore) che si racconta in questo clima torbido e nefasto. Tant’è che questo Inferno prova a uscire nella luce e nella speranza del suo Paradiso, così come un giorno Madre Terra insieme alla sua natura incontaminata riprenderà possesso del Pianeta dopo le devastazioni dell’Umanità. Come dire che della splendida Calabria il paesaggio di mare, cielo e terra rigogliosa fra le rocce rimarrà quasi tutto dopo tanta violenza umana, e il ‘fango’ rimarrà solo fango, perché un giorno forse anche questa mafia avrà la parola ‘fine’ e le sue acque torbide saranno restituite alla purezza luminosa del ‘mare’. “E avvicinarsi finalmente al mare/come solo i corsi d’acqua lenta/ sanno fare, perdersi in quell’azzurro/come in un ventre grande/ che contenga fuoco, terra e tutti i santi/la ragione e la ragione del mistero/lasciarsi carezzare dalle onde/in un sonno lungo, senza sogni/con la certezza lieve che non esiste/un prima. E un dopo. Il Bene/e il Male categorie di profeti falliti./ E la parola fine è una monetina/ in tasca. Nient’altro (Petra Cappa, trad. italiana).


 
Alfredo Panetta
Ndrangheta
Passigli 2025
Pagine 184 € 18,50  

TRA LE RIGHE
di Angelo Airò Farulla


 
Il giardino chiuso di San Guedoro.    
 
Sembra quasi che con la pubblicazione de Il giardino chiuso Lodovica San Guedoro voglia mettere la parola fine al suo percorso letterario. Possibile? L’impressione non viene tanto dalla lettura del romanzo che è, come i suoi precedenti lavori, ancora uno di quegli anelli cresciuti attorno al tronco della sua vita, «un cerchio più grande gettato dalla sua anima intorno a sé», ma dalla biografia della scrittrice posta in fine di volume, scritta come un’epigrafe, al passato remoto. È come se Lodovica fosse sfiorata da un’oscura tentazione, quella di abitare già in vita il piano della classicità. Se lo fa, lo fa però a modo suo, da ribelle qual è, lasciando che l’ardore irriverente della sua vitalità riprenda subito il sopravvento sul mutismo del tempo perduto e di un presente ormai «senza luce», nel quale l’aldiquà sembra esaurire tutto l’esistente. Il volume si apre con l’anafora funebre e impressionante de «Il sole sanguina». Ossessiva come il ricordo doloroso di chi non è più.



Il sole sanguina. Era così vitale, era la vita stessa. Era ancora giovane di spirito e di corpo, era fatto per vivere, per non morire mai, era la bontà in persona, la saggezza, la bellezza. Queste non possono ammalarsi e morire. Il mondo cesserebbe di esistere.
Il sole sanguina. Di notte il suo letto è vuoto. La sua chiave non gira più nella serratura della porta. Non lo sento più ridere, parlarmi, chiamarmi.
Il sole sanguina. Chi è quella che si aggira per le stanze? Sono proprio io, ancora io? Quella stessa persona che ero? Anch’io, pur camminando, muovendomi, non ci sono più, da quando mio marito è morto. E le stanze, i mobili, gli oggetti, gli alberi fuori dalla finestra, il cielo, gli uccelli, tutto è cambiato. Non mi parlano più, non mi emozionano più, tutto si è irrigidito, mi fissa vitreo, ostile e pauroso.
Perché quell’uccellino sull’acacia cinguetta vispo, se mio marito è morto? È troppo barbaro, troppo crudele che lui sia morto e quell’insignificante espressione della natura continui a esistere. Il sole sanguina.



Quando mi guardo indietro, ritraggo lo sguardo con orrore come di fronte a un abisso che vuole inghiottirmi. Non posso ricordare la mia vita passata, perché tra quelle forme sempre vedo il suo viso sollevarsi… Allora distolgo lo sguardo, volgo il capo in un’altra direzione, nella vuota stanza in cui sono.
Ma non alzo lo sguardo nemmeno al futuro. Il futuro è per me solo grigia nebbia, vuoto, sigillato dietro porte arcigne e spettrali. 
Oggi ho trovato queste carte… Una commedia scritta tanti anni fa, distante da me mille anni luce. Si tratta di una storia veramente avvenuta. È un frammento della mia vita trascorsa.
Oggi volevo sfuggire per poco al presente, e ho avuto il triste coraggio di affacciarmi sull’orlo del passato, di rileggerla, perché sapevo che lui lì dentro non c’era… C’ero io e un mio amico attore, di cui mi ero allora innamorata.
Laura sono io. E Giovanni è lui.
E così da questo presente senza luce mi volgo verso un passato ammaliante e iridescente che una volta fu il mio presente.
Eravamo a Roma…



Il giardino chiuso è la storia di Laura e Giovanni, scrittrice lei, attore lui. Una storia nella quale, emblematicamente, gli altri sono solo «comparse». Una storia che è una fuga d’amore consumata in una Roma che si dispiega come un fondale di teatro. Fuga anche nel senso musicale, composta da due temi che si rincorrono non sovrapponendosi mai, quasi scacciandosi l’un l’altro. Tutte le ambiguità e i contrasti dell’inquieto rapporto tra Laura e Giovanni paiono generarsi attorno agli endecasillabi de “La passeggiata” del D‘Annunzio del Poema Paradisiaco. E non è un caso, credo, che Lodovica scelga di accordarsi alla voce del grande poeta decadente, ultimo erede della tradizione letteraria italiana.
Il giardino chiuso è una tenzone erotico-letteraria che ha per tema un amore negato, impossibile, alla fine quasi sconfessato, sempre tumultuoso. Amore dal quale si crede di poter guarire come da una malattia passeggera, potenzialmente mortale.
 

Lodovica San Guedoro
Il giardino chiuso
Effigi - 2025
Pagg. 100 € 12

 

 

LA POESIA FA PAURA
di Anna Rutigliano

Dareen Tatour
 
Può l’interpretazione traduttiva di una parola costituire un crimine e detenere una poetessa, per quasi tre anni fra reclusione e arresti domiciliari, per incitamento alla violenza, per aver sognato la propria patria libera da qualunque occupazione e aver tramutato il proprio pensiero in poesia sui canali mediatici? Della risposta e della cruda realtà della prigionia vissuta dalla poetessa e attivista palestinese Dareen Tatour e da alcune sue compagne di cella, rimando all’intervista del 12 luglio 2021 con la giornalista indiana Kasturi Chakraborty, mentre di seguito, riporto una delle allucinazioni provate dalla scrittrice durante gli arresti domicliari: quella sulla morte. (Dalla traduzione inglese di Jonathan Wright della poesia di Dareen Tatour A Death Hallucination, appartenente al ciclo di poesie A Poet’s Hallucinations, 2017).



Allucinazione di morte

Domani sarà la mia fine e rinascita insieme.
Scriverò il mio nome sul cuscino,
la mia storia, la mia nascita e morte.
Domani si avvereranno i miei sogni presto all’alba,
al simultaneo risveglio di amici, cigni, passeri
e della rosa di Damasco.
Domani
raccoglierò le mie carte
e ciò che rimane dei ricordi,
alcune foto di persone a me care,
una foto di mia madre e mio padre,
le conserverò in borsa.
Sono così impaziente
di scavarmi la tomba con le mie stesse mani.
 

 

 

 

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