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UNA NUOVA ODISSEA...
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
domenica 30 novembre 2025
ASCOLTIAMO LE PIETRE
di Zaccaria Gallo
Venti di
guerra soffiano sulla coscienza del mondo. Venti di barbarie travolgono le
anime che vogliono la pace. La libertà, la vita, la felicità sono diritti
violati continuamente. Senza sosta, in gran parte della terra, dalle guerre e
dall’assenza si pace. Chi dobbiamo interrogare allora, qui, oggi? Ascoltiamo le
pietre. Oggetti all’apparenza inerti, ma picchetti di campi e ovili. Guanciali
per il Cristo dormiente, armadi per i vestiti del bagnante, sedili, riassunti
plastici di una giornata. Sì, le pietre… le nostre pietre. Queste pietre!
Quelle che vivono da secoli e salutano il sole quando nasce, la luna quando le
bagna di luce, le stelle che cantano la canzone della notte. Nella memoria,
queste pietre hanno perso il loro rigore, si sono ammorbidite, come cose di
carne, levigate dal vento, molate dal tempo. Conservano tesori di saggezza.
Ascoltiamo la loro voce. La sentite?
Un impercettibile battito che viene da sotto la loro scorza e che dice: guardateci! Siamo quattro, messe qui, di pietra. Siamo il Dolmen. Io mi chiamo Rispetto: non ci potrà mai essere pace, senza il rispetto delle differenze. Io mi chiamo Etica: non ci potrà mai essere pace, se l’uomo non rinuncia ad armare gli altri uomini. Io mi chiamo Libertà: mai pace potrà esserci nel cuore e nell’anima di un uomo schiavo di un altro uomo, di un popolo schiavo di un altro popolo, non ci potrà essere pace in un paese che diventa una prigione, perché uomini e donne e bambini non possono muoversi liberamente; non potrà esserci pace, fino a che un uomo sfrutterà un altro uomo. E, infine, io mi chiamo Giustizia: non potrà mai esserci pace nel mondo, fino a quando ci saranno i poveri, gli affamati, gli assetati, i senza casa e senza lavoro.
Queste quattro grandi pietre, così come sono messe, in
questo posto, ci parlano delle condizioni necessarie perché la pace non sia una
parola vana e non è un caso che questo Dolmen, che così ci parla, sia stato
scelto come monumento della e per la pace dall’Unesco. Non poteva esserci
scelta migliore, e mi piace pensare, infine che sia stato eretto da qualcuno di
quegli uomini che dal Neolitico, all’età del ferro, abitarono nelle nostre
contrade, provenendo magari dalla grotta di Scaloria, vicino a Manfredonia,
dove dieci anni fa una grande archeologa, Maria Gimbutas ha fatto una scoperta
che ha rivoluzionato le nostre conoscenze. In quel posto, infatti, Maria Gimbutas
ha scoperto che è esistita una società policentrica, che non ha mai usato le
armi e non ha costruito fortificazioni e che ha fatto del suo grande senso del
Sacro verso la terra, la Dea Madre, una società edificata sulla pace. Proprio
qui da noi. Nella nostra terra. Nella nostra Puglia.
LE
POESIE DI GACCIONE IN “UNA GIOIOSA FATICA”
di Filippo Ravizza
Questa nota del poeta e critico Filippo Ravizza è apparsa giovedì 20 novembre sul quotidiano “Libertà” di Piacenza. Ringraziamo la redazione per averne autorizzato la riproduzione.
Angelo Gaccione è intellettuale noto, di multiforme
ingegno: narratore (ricordiamo almeno due
raccolte intense
e dense di racconti come L’incendio di Roccabruna,
2019, Sonata in due movimenti 2022);
drammaturgo (Tradimenti, La Porta del Sangue,
Stupro, Ostaggi a
teatro), saggista: Contrappunti,
e
autore di epistolari come Lettere ad Azzurra e del carteggio con lo scrittore Carlo Cassola. Vive e lavora a Milano, e - altro lato
centrale della sua poliedrica presenza - dirige da ventidue anni il giornale di
cultura “Odissea”.
Ma la fonte originaria, ciò da cui tutto è nato e da cui si è sviluppata la sua
presenza culturale è la poesia. “La
poesia mi è appartenuta, io sono appartenuto alla poesia.
Ho scritto le prime poesie ch’ero
poco più che un ragazzo” ha avuto
modo di chiarire il nostro autore. Non meraviglierà quindi che proprio con la
poesia, con la parola in versi, in questi giorni avvenga il suo ritorno nelle
librerie. Si tratta di: Una
gioiosa fatica. 1964-2022, un florilegio di quasi sessant’anni
di dedizione alla scrittura poetica. Il libro pubblicato da La scuola di Pitagora, nella
collana Fendinebbia, a cura del docente della
Cattolica e critico Giuseppe Langella, con importanti
contributi dei poeti Franco Loi e Tiziano Rossi, nonché del filosofo Fulvio
Papi. Una gioiosa fatica è dunque espressione di un lungo cammino -
espressione del rapporto tra l’autore e
il mondo - che il libro organizza in dodici stazioni: Le straniere, Le milanesi, Le sacre, Le ultime… dodici tappe che disegnano un affresco generale, una ben precisa “visione del mondo” in un continuo cambio di stile e di materia poetica.
Un cammino - ha scritto Tiziano Rossi nell’
introduzione - in cui “l’io lirico non si nasconde, anzi si espone con
nettezza, confrontandosi con i tanti volti del mondo”, mentre Franco Loi nota “la tensione verso qualcosa di trascendente;
si chiami natura o società”; dal
canto suo, il filosofo Fulvio Papi sottolinea: “Gaccione
mi sembra sempre lo stesso: la poesia viene a lui come un’onda d’urto
della realtà e la composizione l’accoglie
con le parole che dal profondo vengono a galla come da tempo attese”.
SCAFFALI
di Alida Airaghi
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| Carmen Yáñez |
Scrivere poesia per celebrare un
amore.
Il mestiere della solitudine, ultimo libro di versi pubblicato da Carmen
Yáñez (1952, Santiago del Cile), ha un prodromo nel romanzo Un amore fuori
dal tempo, uscito sempre da Guanda nel 2022, storia dell’amore
lungo e tormentato vissuto dall’autrice con Luis Sepùlveda. I due poeti si
erano conosciuti giovanissimi, e sposati nel 1971 (nonostante l’opposizione dei
genitori di lei), dopo un sodalizio fatto di battaglie e ideali condivisi. Dal matrimonio era nato un figlio, Carlos Lenin Sepúlveda Yáñez,
ma la vita del piccolo nucleo familiare era stata presto travolta dai tragici
avvenimenti politici che l’11 settembre 1973 aveva
posto fine alla democrazia cilena, con il golpe del generale Pinochet.
Sepulveda, che faceva parte della guardia armata di Salvador
Allende, venne arrestato e torturato, e anche Carmen fu rinchiusa nel centro di
tortura di Villa Grimaldi. Dopo la prigionia, entrambi presero la via
dell’esilio, Luis rifugiandosi in Ecuador e Carmen in Svezia. Lo scrittore si
trasferì poi, dopo aver peregrinato in tutta l’America latina, ad Amburgo, dove
sposò Margarita Seven, che gli diede altri tre figli. Separatasi da questa
seconda moglie nel 1996, ristabilì la relazione con Carmen, con cui aveva mantenuto
rapporti amichevoli. I due si risposarono nel 2004, carichi
di esperienze e vissuti differenti, ma scoprendosi ancora più uniti di
prima. Stabilitisi insieme in Spagna, nelle Asturie, hanno vissuto in
simbiosi sentimentale e lavorativa fino alla morte di Luis, sopravvenuta in
Portogallo nel 2020 per un’infezione da Covid.
Carmen Yáñez ha partecipato a diversi
festival internazionali, e le sono stati conferiti molti premi. Numerose sono le
sue raccolte di versi pubblicate da Guanda. Quest’ultimo volume, con testo
spagnolo a fronte, è un commosso canzoniere d’amore dedicato al compagno di
tutta la vita.
Dopo il dolore, la rabbia, il senso
impotente di sconfitta, nelle pagine affiora una lenta accettazione del lutto,
un pacato accompagnamento alla rassegnazione, l’accoglienza pacificata della
solitudine come “muta compagna” fedele. La poetessa così presenta il suo lavoro: “Durante la scrittura di queste poesie ho imparato molte cose che prima non
avevo avuto bisogno di imparare, tra cui come convivere con il dolore tenendo a
bada la tentazione dell'abisso. Ho imparato ad avvicinarmi alla morte e, piano
piano, ad accettarla per quello che è. Un altro modo di vivere nella memoria”.
Le composizioni ripercorrono la
relazione con Luis, fattasi più intensa dopo la lunga separazione, quasi a
recuperare il tempo perduto. “Eravamo così felici / e non ci
accorgevamo della dimensione della vita, / dell’invisibile minaccia, dell’ombra
lunga della paura / noi non sapevamo nulla, insolenti, amandoci con previsioni
di futuro”.
Si fa più acuto il ricordo
dell’improvvisa e imprevedibile malattia del marito, annunciatasi subdolamente
e sottovalutata dall’ambiente medico: “E io vado a prenderti un altro
pigiama. / Hai sete e mi chiedi acqua fresca. // Penso che siamo ancora in
tempo per salvarti // e ci aggrappiamo alle boe di misere certezze”. Come un incubo riappaiono alla memoria i
corridoi desolati della clinica portoghese, i camici bianchi dei dottori, il
menù ospedaliero, lo squallore della mensa per i parenti. E poi, strazianti, la
morte, il distacco, il rimpianto: “Ha lasciato il suo coltellino, / la
piccola balena, ricordo di Greenpeace, / la penna e la Moleskine. / È partito
nudo”.
Il rientro solitario nella casa
vuota non trova consolazione: “Il tuo lato del letto si raffredda, / si
raffredda la cena e la tua poltrona. / È proprio vero, amore, che non torni?”;
“Non troverò mai più / una voce come la tua. / Enfatica, chiara, precisa,
dolce. / La tua voce di parole giuste, / imprescindibili”; “Ululo come
una lupa / sotto la luna fredda”; “La casa è piena di te”; “Le
mie mani invecchiano / senza le tue”.
Ma esiste in Carmen, pur nel
silenzio di un’assenza irreparabile, anche una nuova consapevolezza della
propria dignità di poeta, moglie e poi vedova di un poeta, convinta dell’importanza
della storia vissuta, irripetibile e non procrastinabile nell’illusione di
un’eternità oltremondana: “Gli agnostici non vanno in cielo, / li punisce la
divinità degli dei, / il dito che indica il peccato di negarli. // Bene!
Resteranno qui una volta morti, / diventando parte del granito, della polvere
in volo / e parte del polline che feconda la terra”.
C’è la rivendicazione femminilmente
orgogliosa del proprio passato (“Porto con me tutte quelle che sono stata”),
e la certezza che nella solitudine ritroverà la capacità di testimoniare:
“Devo allontanarmi dal dolore, per scrivere del dolore”.
Sarà il suo stato di donna sola a
preparare Carmen alla fine, senza temere nulla, sapendo di avere goduto di
molti momenti esaltanti dalla vita in comune con Luis Sepulveda (tra loro si
chiamavano Lucho e Pelusa), e di poter continuare a goderne nel ricordo.
“So che l’eternità non esiste, /e
non esiste l’aldilà degli abbracci, / e che il cielo non protegge gli amori
perduti. // So che è un triste sollievo / scrutare le stelle nel firmamento”.
Alla dolcezza del passato e alla
bellezza del presente che resta da vivere, recuperabili nella poesia, Carmen Yáñez si aggrapperà per non lasciarsi sopraffare dal buio e dal silenzio.
Carmen Yáñez
Il mestiere della solitudine
Guanda - 2025
Pagine 112 € 18
Traduzione di Roberta Bovaia
LIBRI
di Roberto Caracci

Alfredo Panetta
La Calabria di Panetta, tra
sangue e sole.
Nel poeta
calabrese Alfredo Panetta rivive da anni nelle sue poesie in purissimo dialetto
regionale la sua arcaica Calabria, terra bella e amara, devastata come è noto
dal quel criminale fenomeno della ’ndrangheta che oggi dà il titolo al suo
ultimo volume, pubblicato da Passigli Editore, con prefazione di A. Anedda e
nota finale di don Luigi Ciotti. La sua precedente poesia, passata attraverso
almeno quattro case editrici, dalla Moretti & Vitali a la Vita Felice, da
Puntoacapo a Passigli, conta già titoli forti e suggestivi, come (in Italiano) Pietre
di confine, Un nido nel fango, Radici mobili, Tra rovi e
sogni, e Il crollo del ponte (sul ponte di Genova). Una poesia civile,
sociale, secondo molti anche improntata eticamente e politicamente, che si
caratterizza per un lirismo scabroso, rude, amaro, che nulla risparmia di quel
paesaggio devastato che è la Calabria della ’ndrangheta. Qui parlano i morti,
gli assassinati, le vittime, come in una moderna e tragica Spoon River della
mafia, ma non solo loro, parlano anche i carnefici, i predatori, i carcerieri,
parla il paesaggio che fa da sfondo e da vittima di tanta violenza, e soprattutto
parla l’occhio del poeta, testimone spietato ed empatico, che fa delle scene di
delitti figure di una tragedia in atto, cinematograficamente illuminate, vere e
proprie cruente diapositive della violenza. Lo stile infatti, crudo e intenso,
ricco di metafore e di immagini taglienti, ci parla anche di un paesaggio, come
quello calabro, fatto di prati e fango, rocce, fiumare, che sembra partecipare
degli episodi delittuosi come in quadri potenti in cui cielo e terra sono parte
dell’azione.
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| Alfredo Panetta |
























