SCAFFALI
di Alida Airaghi
![]() |
| Carmen Yáñez |
Scrivere poesia per celebrare un
amore.
Il mestiere della solitudine, ultimo libro di versi pubblicato da Carmen
Yáñez (1952, Santiago del Cile), ha un prodromo nel romanzo Un amore fuori
dal tempo, uscito sempre da Guanda nel 2022, storia dell’amore
lungo e tormentato vissuto dall’autrice con Luis Sepùlveda. I due poeti si
erano conosciuti giovanissimi, e sposati nel 1971 (nonostante l’opposizione dei
genitori di lei), dopo un sodalizio fatto di battaglie e ideali condivisi. Dal matrimonio era nato un figlio, Carlos Lenin Sepúlveda Yáñez,
ma la vita del piccolo nucleo familiare era stata presto travolta dai tragici
avvenimenti politici che l’11 settembre 1973 aveva
posto fine alla democrazia cilena, con il golpe del generale Pinochet.
Sepulveda, che faceva parte della guardia armata di Salvador
Allende, venne arrestato e torturato, e anche Carmen fu rinchiusa nel centro di
tortura di Villa Grimaldi. Dopo la prigionia, entrambi presero la via
dell’esilio, Luis rifugiandosi in Ecuador e Carmen in Svezia. Lo scrittore si
trasferì poi, dopo aver peregrinato in tutta l’America latina, ad Amburgo, dove
sposò Margarita Seven, che gli diede altri tre figli. Separatasi da questa
seconda moglie nel 1996, ristabilì la relazione con Carmen, con cui aveva mantenuto
rapporti amichevoli. I due si risposarono nel 2004, carichi
di esperienze e vissuti differenti, ma scoprendosi ancora più uniti di
prima. Stabilitisi insieme in Spagna, nelle Asturie, hanno vissuto in
simbiosi sentimentale e lavorativa fino alla morte di Luis, sopravvenuta in
Portogallo nel 2020 per un’infezione da Covid.
Carmen Yáñez ha partecipato a diversi
festival internazionali, e le sono stati conferiti molti premi. Numerose sono le
sue raccolte di versi pubblicate da Guanda. Quest’ultimo volume, con testo
spagnolo a fronte, è un commosso canzoniere d’amore dedicato al compagno di
tutta la vita.
Dopo il dolore, la rabbia, il senso
impotente di sconfitta, nelle pagine affiora una lenta accettazione del lutto,
un pacato accompagnamento alla rassegnazione, l’accoglienza pacificata della
solitudine come “muta compagna” fedele. La poetessa così presenta il suo lavoro: “Durante la scrittura di queste poesie ho imparato molte cose che prima non
avevo avuto bisogno di imparare, tra cui come convivere con il dolore tenendo a
bada la tentazione dell'abisso. Ho imparato ad avvicinarmi alla morte e, piano
piano, ad accettarla per quello che è. Un altro modo di vivere nella memoria”.
Le composizioni ripercorrono la
relazione con Luis, fattasi più intensa dopo la lunga separazione, quasi a
recuperare il tempo perduto. “Eravamo così felici / e non ci
accorgevamo della dimensione della vita, / dell’invisibile minaccia, dell’ombra
lunga della paura / noi non sapevamo nulla, insolenti, amandoci con previsioni
di futuro”.
Si fa più acuto il ricordo
dell’improvvisa e imprevedibile malattia del marito, annunciatasi subdolamente
e sottovalutata dall’ambiente medico: “E io vado a prenderti un altro
pigiama. / Hai sete e mi chiedi acqua fresca. // Penso che siamo ancora in
tempo per salvarti // e ci aggrappiamo alle boe di misere certezze”. Come un incubo riappaiono alla memoria i
corridoi desolati della clinica portoghese, i camici bianchi dei dottori, il
menù ospedaliero, lo squallore della mensa per i parenti. E poi, strazianti, la
morte, il distacco, il rimpianto: “Ha lasciato il suo coltellino, / la
piccola balena, ricordo di Greenpeace, / la penna e la Moleskine. / È partito
nudo”.
Il rientro solitario nella casa
vuota non trova consolazione: “Il tuo lato del letto si raffredda, / si
raffredda la cena e la tua poltrona. / È proprio vero, amore, che non torni?”;
“Non troverò mai più / una voce come la tua. / Enfatica, chiara, precisa,
dolce. / La tua voce di parole giuste, / imprescindibili”; “Ululo come
una lupa / sotto la luna fredda”; “La casa è piena di te”; “Le
mie mani invecchiano / senza le tue”.
Ma esiste in Carmen, pur nel
silenzio di un’assenza irreparabile, anche una nuova consapevolezza della
propria dignità di poeta, moglie e poi vedova di un poeta, convinta dell’importanza
della storia vissuta, irripetibile e non procrastinabile nell’illusione di
un’eternità oltremondana: “Gli agnostici non vanno in cielo, / li punisce la
divinità degli dei, / il dito che indica il peccato di negarli. // Bene!
Resteranno qui una volta morti, / diventando parte del granito, della polvere
in volo / e parte del polline che feconda la terra”.
C’è la rivendicazione femminilmente
orgogliosa del proprio passato (“Porto con me tutte quelle che sono stata”),
e la certezza che nella solitudine ritroverà la capacità di testimoniare:
“Devo allontanarmi dal dolore, per scrivere del dolore”.
Sarà il suo stato di donna sola a
preparare Carmen alla fine, senza temere nulla, sapendo di avere goduto di
molti momenti esaltanti dalla vita in comune con Luis Sepulveda (tra loro si
chiamavano Lucho e Pelusa), e di poter continuare a goderne nel ricordo.
“So che l’eternità non esiste, /e
non esiste l’aldilà degli abbracci, / e che il cielo non protegge gli amori
perduti. // So che è un triste sollievo / scrutare le stelle nel firmamento”.
Alla dolcezza del passato e alla
bellezza del presente che resta da vivere, recuperabili nella poesia, Carmen Yáñez si aggrapperà per non lasciarsi sopraffare dal buio e dal silenzio.
Carmen Yáñez
Il mestiere della solitudine
Guanda - 2025
Pagine 112 € 18






