FILI DI RINASCITA I

Angela Strippoli in I. Morra
“Fili di
Rinascita” è un progetto ideato dalla Associazione Chicche Crochet APS con la
supervisione scientifica del Dott. Giuseppe Gallo. Con il patrocinio della
Città di Corato è un percorso espositivo ed esperienziale che eleva l’uncinetto
a forma d’arte contemporanea per parlare di benessere e resilienza psicologica,
riscatto sociale ed emancipazione femminile, rete di comunità e lotta alla
violenza di genere. Questo è il programma del 5 settembre prossimo Piazza di
Vagno a Corato. 1) Percorso espositivo di grandi arazzi ispirati all’esule
turca Hukya Ozdemir; 2) Intervento del Centro Antiviolenza Riscoprirsi; 3)
Spettacolo teatrale a cura della associazione Libri di Medea, con titolo Fili
di rinascita, testi e regia di Zaccaria Gallo, con le voci recitanti di
Lucia De Feudis, Lisa Tarantini, Tiziana Tandoi, Angela Strippoli e Mariella
Sivo. Musiche al violino della musicista Graziana Aceto; 4) Performance
musicale live di Serena Mattia.
Isabella
Morra e Giulia
Cecchettin
Isabella
entra. Crede di essere sola. Comincia il monologo.
Io sono Isabella Morra. Forse il
mio nome per qualcuno risuona come un eco lontana insieme ai miei versi e alla
mia morte. Ma prima di essere stata una poetessa, sono stata una ragazza, una
figlia, una donna, nata nel tempo sbagliato. Sono venuta al mondo in una terra
aspra, tra montagne e silenzi, nel castello di Favale. Mio padre era un uomo potente, ma la politica
lo costrinse all’esilio. Partì per la Francia, quando ero ancora bambina e con
lui se ne andò anche la parte più luminosa della mia vita. Rimasi con mia madre
e con i miei fratelli. Loro non mi
guardavano come si guarda una sorella. Mi guardavano come si sorveglia una
prigioniera. Ogni parola, ogni passo, ogni sguardo, verso il mondo erano motivo
di sospetto. Le mura del Castello non mi proteggevano. Mi rinchiudevano. Così
imparai a vivere dentro di me, mentre fuori scorrevano le stagioni.
Io cercavo rifugio nei libri: le
parole erano finestre aperte dove nessuno poteva seguirmi e scrivevo perché era
l'unico modo che avevo per respirare. Scrivevo del dolore, della solitudine,
della nostalgia per un padre lontano e di una libertà che non avevo mai
conosciuto. Qualcuno, un giorno, lesse quelle mie parole. Si chiamava Diego
Sandoval De Castro. Tra noi poeti non ci furono incontri segreti né promesse d’amore
ma con lo scambio di lettere intessemmo un dialogo tra due anime che
conoscevano la forza della poesia in un mondo dominato dal falso mito
dell'onore, del sospetto. Ma anche la bellezza può diventare una colpa. I miei
fratelli decisero che avevo disonorato il loro nome: non vollero ascoltare, non
cercarono la verità, bastò il sospetto, bastò a loro soltanto immaginare una
libertà che una donna non avrebbe dovuto desiderare.
Sono Isabella Morra. Sono morta
nel 500. Uccisero me. Uccisero Diego.
Ma la mia domanda appartiene
ancora al vostro tempo: quando una donna potrà vivere senza avere paura?

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Mariella Sivo in G. Cecchettin
Si interrompe. Sente una presenza. Entra una ragazza
in jeans con uno zaino. È
Giulia Cecchettin. Per un istante nessuna delle due capisce chi sia l’altra.
Isabella: Da quale regno vieni? Non
conosco il tuo abito.
Giulia: Dal tuo futuro: (rivolta
al pubblico li indica lentamente) da loro! E tu? Racconta. Perché sei qui?
Isabella: Io sono Isabella Morra.
Uccisa perché accusata di amare da lontano la poesia e la bellezza condivisa.
Giulia: Quello che ha ucciso te
da noi non lo chiamano più tradimento dell’onore. Gli hanno dato altri nomi:
gelosia, raptus, ma… il risultato è lo stesso.
Isabella: Dunque il tempo non vi
ha liberati.
Giulia: Ci ha dato leggi ci ha
dato diritti ci hanno dato parole nuove, ma ci sono ancora uomini che
confondono l'amore con il possesso. È la mia storia.
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Graziana Aceto al violino
Isabella: Racconta.
Giulia: A Vigonovo e a Fosso, il tempo non è come il vostro
tempo: quello mio è stato di 22 minuti. Dalle 23,18 alle 23,40 di sabato 11
novembre. Questo è stato il tempo in cui ho cercato di difendermi e di scappare
dal mio assassino, per due volte. È anche il tempo in cui forse avrei potuto
essere salvata. Così adesso ora io sono come te qui davanti a tutti loro (li
indica).
Giulia Cecchettin è il mio nome. Ma io sono solo un
nome e una storia che accadde, e accade ancora ogni giorno e invece non
dovrebbe mai più accadere. Al
secondo piano, abitava un giovane operaio, appena diventato papà. Era sul
balcone a fumare una sigaretta sabato sera. Ha visto la scena. Mi sentiva
urlare: - Aiutoooo. Così mi fai male! Così mi fai male!
Un’auto
nera era ferma in un parcheggio, davanti alla scuola per l’infanzia San
Giovanni Bosco. Una Fiat Grande Punto. A duecento metri in linea d’aria da casa
mia. L’operaio ha visto e sentito: ha visto quando io ero a terra e quello
continuava a infierire su di me. Lo ha visto salire sull’auto nera, lo ha visto
caricarmi nell’auto e allontanarsi a tutta velocità. Li ha chiamati lui i
carabinieri. Dicevano appena subito dopo, che forse ero fuggita
volontariamente. Anche se ho lasciato lì sull’asfalto le tracce del mio sangue.
Ed ero
ancora viva quando lui mi ha portato nello stabilimento Dior di Fosso.
A un
certo punto ho aperto lo sportello dell’auto.
Ho
tentato di fuggire. Ma lui mi ha inseguita. Mi ha raggiunta e scaraventata a
terra. Mi ha ripresa e rimessa sul sedile posteriore dell’auto nera. Anche se
non potevo più parlare mi ha sigillato la bocca con un nastro adesivo da
pacchi. Ma non avrei ma potuto più parlare o chiedere aiuto o pietà. Ventidue
minuti… Erano le 23 e 40… non avevo più sangue nelle vene… Il coltello… le
coltellate… non lo amavo più… Ero cosa sua? Dovevo continuare ad amarlo.
Isabella:
Allora non siamo
soltanto una notizia.
Giulia: Siamo due vite che avrebbero dovuto
continuare.
Isabella: Non dovevamo essere qui!
Giulia: (Rivolta
con rabbia gridando verso il pubblico) È vero? È vero? Ditelo! Ad alta
voce! Dovevamo essere qui stasera?
Il Pubblico: No!
Isabella: Pensavo che il futuro vi avrebbe
salvate.
Giulia: Il futuro non salva nessuno. Sono le
persone che decidono di cambiarlo.
Le due donne si
prendono per mano. Una arriva dal 1545 l’altra dal 2023.Guardano il pubblico, non
si parlano più. Escono. Musica.




