REFERENDUM: ANALISI DI UN RISULTATO
di Alfonso Gianni
La
vittoria del No cambia le carte in tavola.
L’esito
del referendum contro la legge Nordio-Meloni ha colto di sorpresa un po’ tutti,
compresi quelli che hanno lavorato fin dall’inizio per la vittoria del No. Non
si aspettavano infatti che potesse avvenire in quelle così nette proporzioni.
Le percentuali sono aride e ormai ampiamente note, meglio precisare i numeri
esatti, dietro ai quali stanno donne e uomini che hanno scritto una pagina
importante per la nostra democrazia. Se guardiamo agli elettori iscritti in
Italia i No sono stati 14.461.336, i Sì 12.448.255; considerando
– come è giusto fare – anche i voti provenienti dall’estero (ove il Sì ha
prevalso) i No sono 15.083.988 e i Sì 13.251.887. In Italia la
differenza è dunque stata di poco superiore ai due milioni, mentre nel
complesso superiore a un milione e ottocentomila a favore del No. La
distribuzione geografica del voto segnala che in sole tre regioni il Sì
ha prevalso, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, mentre tre regioni del Sud, ove generalmente si è
votato meno, Campania, Basilicata e Sicilia vantano le più alte percentuali di No.
Con il significativo caso di Napoli dove il No si è affermato con il
75,49% di voti, a sottolineare però un dato che positivo di per sé non è e cioè
la differenza nei rapporti tra Sì e No tra le città (grandi e
medie) e i piccoli centri.
Il primo elemento di sorpresa –
che ha vanificato calcoli e previsioni anche dei principali istituti
sondaggistici – è stata l’inaspettata alta affluenza alle urne, pari al 58,93%
(secondo Eligendo, il sito del
Ministero degli interni) per quanto riguarda gli iscritti in Italia, che scende
al 55,7% se si considera anche il voto proveniente dall’estero. Un risultato
considerevole per una prova elettorale che come è noto non prevede il quorum ed
alla quale il governo aveva deciso di non permettere alcuna facilitazione per
la partecipazione dei fuorisede. In realtà tale affluenza poteva considerarsi
sorprendente solo per chi considerasse esclusivamente l’andamento calante della
partecipazione al voto nelle elezioni politiche, visto che nelle europee del 2024
e nelle regionali dell’anno successivo i votanti erano stati meno della metà
degli aventi diritto. Ma non per chi avesse preso in esame l’affluenza al voto
nei cinque referendum costituzionali che si sono finora tenuti nel nostro pase.
Solo in un caso infatti il numero dei votanti rimase inferiore e di parecchio al
50%: si tratta del referendum tenutosi il 7 ottobre del 2001 dove si
presentarono ai seggi solo il 34,05% dei potenziali elettori per approvare,
purtroppo, la matrice dell’attuale autonomia differenziata, ossia la sciagurata
riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione, votata di stretta
maggioranza dall’allora centrosinistra.
L’errore di molti analisti –
anche se non tutti -, commentatori e protagonisti politici e persino di forze
che poi si sono impegnate senza risparmio nella contesa referendaria, è stato
quello di non distinguere con la giusta nettezza il voto su una modifica
costituzionale, tramite l’esercizio dell’unico strumento di democrazia diretta
in nostro possesso, da quello per eleggere la rappresentanza politica ai vari
livelli. Un errore che ha portato a previsioni sull’esito del voto appoggiate
su premesse completamente sbagliate, come quella per cui il No avrebbe
potuto prevalere solo nel caso di una affluenza al voto sensibilmente inferiore
al 50%.
Un errore, direi, di natura
strategica, o peggio ancora ontologica, perché mostra la profonda non
comprensione del fatto che la crescente astensione nelle elezioni politiche ai
loro vari livelli deriva da una disaffezione verso la “politica politicante”,
da una sfiducia crescente nei partiti politici, nelle élite che popolano le istituzioni e probabilmente anche nei sempre
più contorti meccanismi elettorali, ma non verso l’esercizio del diritto di
voto in quanto tale se questo mette in gioco principi generali ed elevati.
Quali sono appunto quelli contenuti nella nostra Carta costituzionale. Non si
tratta di un generico e romantico attaccamento alla Costituzione “più bella del
mondo”, ma ai suoi specifici princìpi e valori, capaci di incidere sulla
condizione materiale e la vita delle persone, non solo quella presente, ma,
direi soprattutto, quella futura.
In questo senso la prova
referendaria ha assunto una dimensione politica nel significato più alto del
termine, quello che la politique politicienne
ha perduto da tempo. Non tanto perché dalle stesse dichiarazioni dei
rappresentanti del governo, dal ministro Nordio e i suoi collaboratori fino
alla Presidente del Consiglio quando ha deciso di entrare a piedi giunti nella
contesa, si poteva facilmente evincere che nella legge non vi era traccia di vera
riforma della giustizia, che invece ne avrebbe bisogno dato il suo
insoddisfacente funzionamento; non solo
perché il tentativo di mascherare la manovra dietro una presunta tecnicalità
delle norme per tenere lontano l’interesse dei cittadini era poco credibile in
sé, visto che non si mette mano a sette articoli della Costituzione per
decidere solo degli aspetti normativi di carattere tecnico; ma soprattutto
perché, strada facendo, si è potuto chiarire, attraverso un’azione di
propaganda cui va dato atto di buona efficacia, che questa legge non era altro
che uno dei passi con i quali le destre tentavano di accelerare un processo di
distruzione dei fondamenti della Costituzione e di pura involuzione
autoritaria. Un passo che aveva come precedente la legge sulla autonomia
differenziata, su cui la Corte costituzionale era sì intervenuta ma in modo
inefficace, negando un integrale referendum abrogativo, come dimostra il fatto
che il governo ha potuto procedere alle intese con quattro regioni del Nord,
aggirando, o meglio beffando, gli stessi avvisi, i cosiddetti paletti, posti
dalla Consulta. Un passo che si proponeva di continuare con un’altra modifica
costituzionale di fondo, quella del premierato.
In
sostanza quando la critica del testo si è collocata entro la più generale
denuncia del contesto, quando la connessione fra i decreti “sicurezza” e il
progressivo scivolamento del nostro paese entro un sistema di guerra è
diventata se non a tutti palese certamente diffusa, è scattata una esigenza di
partecipazione diretta che abbiamo anche potuto valutare nelle sue fasi. Il
punto di svolta è stato certamente la scelta, operata dai 15 “volenterosi” di
depositare un quesito che rendeva evidente la quantità e la gravità delle
modifiche costituzionali e di richiedere con tempi strettissimi su questo la raccolta
delle firme. Alcuni, e non solo a destra, hanno tacciato questo atto di una
semplice azione per guadagnare tempo. Anche se il tempo ha avuto la sua
importanza per dispiegare quell’azione di propaganda di cui ho detto, non era
questo l’obiettivo principale. Si trattava invece di rendere il referendum
effettivamente un referendum popolare, dove la partecipazione diffusa diventava
l’agente proponente. La prima e indispensabile condizione per sottrarlo ad una
lettura e a una conferma plebiscitaria quale quella esplicitamente voluta dalle
destre. Una scelta – va detto non per tigna ma per onestà - non voluta e non
compresa, all’inizio, anche da forze che poi si sono spese con generosità nella
campagna referendaria. Quelle cinquecentocinquantamila firme, raccolte in tre
settimane, a cavallo delle festività natalizie e di fine anno, hanno funzionato
da scintilla di una presa di coscienza collettiva e diffusa che si è tramutata
nell’affluenza alle urne e nel successo del No.
Qui vi è
forse la riflessione più importante da fare su questo voto. Si può vedere,
senza forzature, una connessione, una progressiva e positiva influenza, fra la
raccolta di firme per un referendum abrogativo della legge Calderoli sulla
autonomia differenziata, poi negato dalla Consulta, le grandi manifestazioni
dell’autunno per Gaza, le agitazioni studentesche e giovanili contro la crescente
torsione repressiva nel paese, la mobilitazione delle donne sempre più
arricchita di contenuti e connessioni con altri momenti di lotta, fuori da ogni
ritualità, e quest’ultima raccolta massiccia e rapida di firme e infine l’esito
del voto. Vi è una caratteristica che accomuna questi diversi momenti di
protagonismo popolare: quella di avvenire in modo sostanzialmente spontaneo, al
di fuori e al di là della sfera di influenza politico organizzativa dei
partiti, ma anche del sindacato – benché sia stato del tutto apprezzabile
l’impegno della Cgil - e delle grandi associazioni. Un modo cioè di rispondere
in positivo alla crisi della politica, sfuggendo alle sue regole e ai suoi
sempre più respingenti confini. Un fenomeno che abbiamo visto e tuttora vediamo
manifestarsi non soltanto nel nostro paese e nel quadro europeo. Basti pensare,
per fare un solo esempio, alle forme di lotta capaci di coinvolgere settori
ampi di popolazione, che si verificano negli States contro le scelte
violentemente repressive imposte da Trump quale inevitabile ricaduta interna del
sistema di guerra che si vuole imporre a livello mondiale abbattendo ogni forma
di ordine e di diritto internazionali. Mi pare sempre più evidente che un
processo di (ri)costruzione della sinistra debba passare attraverso questi
percorsi.

I massacrati
Nello stesso tempo quanto è
avvenuto in queste settimane, se riandiamo anche a un recente passato, ha
potuto giovare dei depositi, delle sedimentazioni di altri momenti di lotta,
anche se dall’esito assai meno fortunato. Per rimanere nell’ambito referendario
non si può dimenticare il referendum sui diritti dei lavoratori promosso dalla
Cgil che non raggiunse il quorum, ma registrò il consenso di oltre 12 milioni
di voti. La gran parte di questi, ce lo dicono anche le prime valutazioni
differenziate sui territori, sono certamente confluiti nel grande fiume dei No
di qualche giorno fa. Le prime analisi sul carattere sociale del voto che
già sono state abbozzate il giorno successivo alla chiusura delle urne - che
ovviamente meritano approfondimenti come eventuali correzioni – impediscono di
stabilire una trasposizione integrale e tantomeno meccanica del voto perdente
del 2025 sul tema del lavoro nel voto vincente di questo marzo. Anzi, stando a
quanto emerge da autorevoli istituti sondaggistici – sottolineando anche qui la
necessità di ben più approfondite inchieste – non è dalle zone socialmente
disagiate o di più alta presenza operaia che arriva il maggiore contributo
all’affluenza e al No. Entro questo quadro si iscrive anche la
differenza tra il voto delle grandi città e le zone di provincia Ma quella campagna sui temi e sui diritti sociali, quello del lavoro in particolare, ha
sicuramente dissodato il terreno perché fosse più comprensibile il legame tra
la difesa di quei diritti e la salvaguardia dell’autonomia e della indipendenza
della magistratura. Come si è concretamente visto anche nella iniziativa della
procura di Milano contro Glove e Deliveroo, a favore dei diritti dei riders, una categoria di lavoratori tra
i più sfruttati e dove è meno facile l’insediamento sindacale, e non solo per
ragioni oggettive.
Non ci si deve stupire quindi se
nel voto referendario sono tornati alle urne molti di coloro che da tempo se ne
erano allontanati. O che la percentuale dei giovani, appartenenti alla fascia
tra i 18 e i 28 anni, sia stata così decisiva per l’alta affluenza alle urne e
per la vittoria del No. Secondo le stime di Nando Pagnoncelli la generazione Z
ha il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No. In sostanza
il voto referendario ha dimostrato di erodere le sacche dell’astensionismo,
inattaccabili, almeno finora, da parte del voto per le elezioni politiche e
soprattutto di favorire la partecipazione delle fasce di giovani che andavano a
votare per la prima volta e che hanno saputo vivacizzare la campagna
referendaria con modalità creative. Questo dato in particolare apre una
finestra sul futuro e mette in campo potenzialità su cui riflettere e che però
chiedono di essere consolidate e tramutate in solide realtà.
Un simile
terremoto non poteva non avere conseguenze sul governo e sulla maggioranza
delle destre. Infatti cadono le prime teste, quali quelle degli impresentabili
Dalmastro e Bartolozzi, mentre la stessa Meloni preme per le dimissioni della
Santanchè, su cui il Pd ha annunciato una mozione di sfiducia. È evidente che
lo schieramento delle destre non ha la maggioranza reale nel paese e che questa
è stata garantita solo da una truffaldina legge elettorale, che ovviamente
Meloni vuole ulteriormente peggiorare, e dagli errori clamorosi compiuti dal
centrosinistra. Ma la strada per cantare vittoria nei confronti dello
schieramento governativo è ancora lunga e tutta da costruire. Non solo perché,
se torniamo a guardare i numeri reali, la percentuale del No sul totale
degli aventi diritto al voto sfiora il 30% senza raggiungerlo (è il 29,33%) pur
superando nettamente il Sì fermo al 25,77%. Ma soprattutto perché il
peggiore errore che si può fare è credere che quei voti referendari siano già
nelle tasche delle forze di opposizione, che cioè il voto del 22 e 23 marzo sia
automaticamente trasferibile nelle elezioni politiche della primavera del 2027
o in eventuali elezioni anticipate che la premier sembrerebbe considerare come
una possibile soluzione ai suoi guai.

I massacratori
Il governo
è tornato a premere per affrettare la discussione parlamentare sulla pessima
legge elettorale ultra-maggioritaria il cui testo è stato già presentato. Ma
non è detto che il suo cammino sarà facile, anche per contrasti interni alla
maggioranza, dal momento che la Lega potrebbe preferire l’attuale sistema,
potendo godere di un insediamento territoriale ben definito da fare valere per
la conquista dei collegi uninominali. D’altro canto il premierato, ovvero la
terza gamba su cui si reggeva il disegno reazionario, appare una prospettiva
poco credibile visto che un inevitabile referendum “confermativo” incontrerebbe
con ogni probabilità un’opposizione forse ancora maggiore di quella che si è
manifestata contro la legge Nordio-Meloni. Comunque è un rischio che l’attuale
maggioranza non si può permettere.

Dai primi commenti del dopo voto
a sinistra fa capolino un altro purtroppo tradizionale errore, ancora peggiore:
quello di sfruttare la vittoria referendaria per regolare i rapporti
all’interno del cosiddetto campo largo accelerando la convocazione delle
primarie per decidere la leadership dello schieramento. Significherebbe
mostrare di avere capito poco o nulla della lezione che questo voto ci offre o
quantomeno di immiserirne la portata. Il suo esito fa di più che non mettere in
difficoltà, determinando elementi di crisi, lo schieramento governativo:
interrompe quel disegno reazionario a più tappe che le forze dominanti
intendono perseguire al di là delle figure politiche che al momento le
rappresentano. La vittoria del No, proprio per i soggetti e la modalità
che l’hanno determinata, richiede l’avvio di un processo rifondativo della
politica, ben altra cosa da una ridefinizione di posizioni all’interno dei
tradizionali schieramenti; richiede di cogliere questa voglia di battersi per
grandi ideali e obiettivi, quali la pace e la effettiva democrazia che il
capitalismo maturo intende radicalmente negare, e la capacità di tradurli in
programmi puntuali e in agende di lotta; reclama, in sostanza, di combattere la
scissione tra le grandi idealità -
capaci, di fronte alla loro offesa, di profonde reazioni morali e insorgenze
popolari - e l’agire politico. Il compito resta arduo e grande, ma l’esito di
questo referendum ci indica la strada e nello stesso tempo è un primo passo.
Ora bisogna proseguire questo cammino.

Acri (Cosenza) la rossa
Post
Scriptum: devo ringraziare l’amico
Franco Astengo per avermi fornito percentuali e dati numerici che spero di
avere usato in modo corretto.











