SCAFFALI
di Alida Airaghi

Don Angelo Casati
La poesia, l’assoluto,
l’incontro, l’abbraccio.
Consegno e
affido spesso, pur da non credente, le mie ansie quotidiane e il mio desiderio
d’infinito alla lettura domenicale delle omelie di Don Angelo Casati, presenti
sul sito www.sullasoglia.eu. Perché
dopo un’amicizia epistolare più che decennale, e dopo l’attenta riflessione
critica sulle sue pubblicazioni, trovo nell’interpretazione delle pagine del
Vangelo di questo gentile sacerdote ultranovantenne non solo l’accoglimento
umile e grato della Parola, non solo uno scavo nell’interiorità umana privo di
pregiudizi, ma soprattutto la capacità di rivestire singole espressioni del
testo sacro di una particolare suggestione emozionale. Così scrive Chandra
Candiani: “Don Angelo è un flauto, si lascia suonare da tutto e da tutti e si
ascoltano racconti meravigliosi da quel vuoto di sé che è il suo cuore. Ha
frasi incandescenti eppure miti, fuochi di sdegno eppure luminosi, ha ombre che
fanno più vera la luce. Come fa? Con la compassione…”.
Poeta è infatti Don Casati,
innamorato fruitore e produttore di poesia, che ha al suo attivo molte
pubblicazioni spazianti dalle raccolte di versi a commenti evangelici, da
riflessioni spirituali su vari eventi della vita a veri e propri saggi, usciti
per diverse case editrici (Cittadella, Romena, Paoline, Servitium, Àncora, Il
Saggiatore…). Nato a Milano nel 1931, è sacerdote dal 1954, parroco a Busto
Arsizio, a Lecco, a San Giovanni in Laterano a Milano: oggi risiede nella casa
parrocchiale di Via Montenapoleone, con la vista parecchio compromessa, il
fisico indebolito e vacillante, la porta aperta, per quanto gli è possibile, alle fessure che ancora gli offre la vita.
L’ultimo suo libro si intitola Riaprire
le sorgenti, ed è un’intervista condotta dal critico Francesco Occhetto
sulla esperienza esistenziale e sacerdotale, e sul rilievo che la poesia ha
assunto nella vicenda umana dell’autore. Proprio Occhetto nella sapiente
prefazione al piccolo volume sottolinea che nel nostro “presente tanto
obnubilato dall’incapacità di ascolto e attenzione interiore”, Don Angelo
riesce “ad accendere focolai di risveglio” attraverso la sua confidenza col
trascendente e il suo magistero di carità, “non forzando ma sussurrando”. Lo
fa, appunto, con l’insistere sul senso ultimo della poesia, che ha il compito e
l’urgenza di recuperare il sapore massimo d’ogni parola, salvandola “dall’uso
letterale, meccanico, mercantilistico che se ne fa comunemente”.
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| Don Angelo Casati |
Poche le annotazioni biografiche nel
dialogo d’apertura: la nascita in una numerosa famiglia milanese residente vicino
al Politecnico, le vacanze brianzole presso il nonno medico condotto,
l’educazione cattolica e la volontaria entrata in un seminario rigidamente
“incolonnante”. E poi la rivelazione del luminoso messaggio di Cristo tramite
l’insegnamento di un insegnante di teologia, e la contemporanea scoperta della
voce dei poeti sempre più letti, amati, imitati, fino all’identificazione di un
timbro personale che ha caratterizzato tutta la sua produzione in versi.
Se gli si chiede di definire cosa
sia la poesia, Don Casati risponde che essa “venera e custodisce la distanza:
il suo posto è sulla soglia”; allude, rarefà, invoca immagini, lascia spazio al
silenzio; è indugio, mistero, incanto, stupore, nostalgia. Perché come esseri
umani abbiamo il dovere di indugiare con il pensiero su cosa siamo e su qual è
il nostro destino di creature, di rispettare il mistero che circonda vita e
morte, di stupirci della bellezza e grandiosità della natura, di provare
nostalgia dei volti amati, delle cose perdute.
“A me è dato / per grazia /
carico d’anni / incantarmi”, scrive il sacerdote-poeta, “insonne cercatore
di Dio… in mendicanza di luce”, che ammonisce il lettore di “stare dentro la
vita… fare voto di vastità”. Dilatarsi per uscire dai confini stretti dell’ego,
perché “abbiamo messo al centro del mondo l’io prevaricatore che cancella il
volto dell’altro, l’io totalizzante, radice di tutti i totalitarismi politici e
di tutti i fanatismi religiosi, l’io prepotente”. Allora scrivere poesia diventa
una preghiera di ringraziamento, ma non devozionale, moralista, puritana; anche
la poesia religiosa deve sconfinare, aprire, azzardare, ribaltare abitudini
consolidate da riti ecclesiali obsoleti e claustrofobici, sempre escludenti e
definitori.
Don Angelo non teme di apparire
scandaloso, quando rifiuta come il suo caro amico David Maria Turoldo “una
religione persa nei codici e nelle astrazioni”, e confessa: “L’aria mi era e, a
volte, lo è ancora, irrespirabile, dico l’aria delle sagrestie, l’aria dei
cenacoli chiusi dove si confonde la spiritualità con il sequestro. Uscivo,
esco, manca l’aria. Soffro restrizione. In cuore mio navigavano pensieri: Hanno
abbassato i monti / l’hanno chiamata religione. / Hanno impoverito l’orizzonte,
/ l’hanno chiamata fede”.
Fede vera è affidamento discreto,
anche nella malattia e nella vecchiaia (“Perdo pezzi di voce e di occhi, /
di memoria e di cuore. / Dietro / alle spalle tu ti chini / e raccogli”), sapendo
che anche l’ombra potrà dare senso al non senso della fine, se accettata,
attesa come un abbraccio.
Angelo Casati
Riaprire le sorgenti
In dialogo con Francesco Occhetto
Ed. Sapino, 2026
Pagine 96 € 13



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