ARIDITÀ
Francesca
Mezzadri
Un racconto di Francesca Mezzadri
All’inizio mi
aveva detto che cercava una donna colta. Non aveva parlato di passione o di
romanticismo. Aveva parlato di conversazioni, di libri, di vita condivisa. Era
un modo elegante di dire che desiderava una compagna con cui attraversare il
tempo. Io scrivevo. Articoli, pezzi sparsi sui giornali, quelle pagine che si
leggono in pochi minuti ma che richiedono ore di lavoro. La scrittura, come
sanno tutti quelli che la praticano, paga poco. Ma dà una specie di libertà
interiore che è difficile spiegare. Lui aveva vent’anni più di me e un mondo
già costruito attorno a sé. Sicurezza, relazioni, abitudini consolidate. Io
avevo l’età in cui si pensa ancora che due esistenze possano incontrarsi e
diventare qualcosa di nuovo. All’inizio non vedevo le crepe. O forse le vedevo
ma le chiamavo dettagli. Il primo dettaglio erano i caffè. Ogni volta che
entravamo in un bar, il gesto era sempre lo stesso. La tazzina arrivava, lui
sorrideva appena, e io tiravo fuori il portafoglio. Succedeva una volta, due,
dieci. All’inizio pensavo fosse distrazione. Poi ho capito che non lo era. I
caffè li pagavo io. Sempre.
Al ristorante
invece la regola cambiava: si divideva tutto esattamente a metà. Con una
precisione quasi matematica. Anche quando il posto era stato scelto da lui,
anche quando il conto per me significava una settimana di spese. Io lo guardavo
mentre faceva i suoi calcoli tranquilli. Non c’era cattiveria nel suo gesto.
Solo una naturalezza disarmante. Come se fosse la cosa più logica del mondo.
Nel frattempo lui amava portarmi con sé nelle sue serate. Ambienti eleganti,
tavoli lunghi, conversazioni importanti. Io sedevo accanto a lui, ascoltavo,
parlavo quando qualcuno mi rivolgeva la parola.
Sentivo gli
sguardi posarsi su di me.
Una donna più
giovane, curata, interessante. Una presenza che lo accompagnava bene.
Solo che
essere quella presenza ha un prezzo. La parrucchiera, la manicure, i vestiti
giusti. Piccole spese che, sommate, diventano una montagna per chi vive di
articoli pagati poco e tardi. A volte tornavo a casa e facevo conti silenziosi.
Non per avarizia, ma per sopravvivenza. All’inizio lui mi aveva detto che
avrebbe potuto aiutarmi nel lavoro. Conosceva persone, diceva. Avrebbe fatto
qualche telefonata, aperto qualche porta. Non era una promessa esplicita,
piuttosto una possibilità suggerita con naturalezza.
Quelle porte
però non si sono mai aperte. Con il tempo ho capito che forse non esistevano
nemmeno. E poi c’era il freddo.
Non quello
delle parole, perché lui era gentile. Educato. Persino premuroso, a modo suo.
Era un freddo più sottile, come una stanza ben arredata ma senza fuoco nel
camino.
Tra noi
l’intimità era rara, quasi assente. Non per imbarazzo o difficoltà, ma per una
specie di trattenimento profondo. Come se ogni gesto, ogni impulso dovesse
essere controllato, contenuto, conservato.
A volte mi
sembrava che risparmiasse perfino la vita. Così ho iniziato a farmi delle
domande. Perché restavo?
Non per il
denaro, perché non ce n’era.
Non per il
lavoro, perché non era cambiato nulla.
Non per la
passione, perché quella si era dissolta in una forma di quiete senza calore.
Forse restavo
per abitudine.
Forse perché,
con i miei problemi di salute, era rassicurante sapere che qualcuno poteva
accompagnarmi a una visita. Anche se quella visita la pagavo da sola.
Ma un giorno
mi è venuto in mente un pensiero molto semplice.
Le relazioni
non sono contabilità.
Non
dovrebbero essere una sequenza di conti divisi, di gesti trattenuti, di promesse
sospese. Una relazione dovrebbe essere il luogo dove qualcosa circola
liberamente: il tempo, il desiderio, la generosità.
Se tutto
resta fermo, se tutto viene trattenuto, alla fine si resta seduti accanto a
qualcuno senza essere davvero insieme.
E allora ho
capito che la domanda non era più se quella storia potesse migliorare.
La domanda
era un’altra.
Quanto costa
restare dove ci si sente poco scelti?
La risposta,
sorprendentemente, non aveva nulla a che fare con il denaro.
L'autrice



