COME TE STESSO
di Adam Vaccaro
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| Roberto Caracci |
L’immagine delle moltiplicazioni infinite
L’ossessione dell'abisso, inteso come oggetto inesplicabile e inarrivabile, o il fascino della matassa mai completamente dipanata, della sfida del cerchio che non si chiude ed evolve in una spirale, quale immagine sia del DNA, che della nostra complessità operativa mentale. È la cornice e l’orizzonte culturale della caldera vulcanica e nucleo motore che alimenta il moto creativo inesausto di Roberto Caracci. È un moto interconnesso sia alla dinamica della nostra costitutiva struttura biologica, sia ai livelli più alti dei sensi elaborati dalla cultura interdisciplinare umana. È la dimensione del molteplice, che implica ciclicità incessante, esaltazione del soggetto e al tempo stesso bisogno uscita dai suoi limiti, quale premessa di possibilità di rinascita, entro una non preordinata ricerca tra sacro e profano. Da parte mia cercherò di articolare una sintesi delle sue molteplici fioriture creative, condivise in decenni di scambi, letture e analisi reciproche, condite da serate conviviali e giocose, momenti importanti al pari degli scambi più impegnativi. Ma il fascino che mi sollecita a farlo, non fa parte dell’inarrivabile fondo senza fondo di ciò che continuiamo a cercare di articolare con parole, suoni o immagini, cui diamo il nome di poesia? Della quale ci è dato solo di avvicinare il suo segreto, ma mai fare completamente nostro, come le due dita michelangiolesche della Cappella Sistina, che continuano a dirci all'infinito, come te stesso!
Vale
a dire, ogni scrittura e gesto d’arte, come ogni persona, letteralmente non
esiste, se non trasmette, mentre ci scorre sui binari invisibili dagli occhi ai
neuroni, il piacere di sé, il piacere del
testo, come analizzato nel secolo scorso da Roland Barthes.
Di tale magia Caracci sa declinare i segreti, e che siano affabulazioni
filosofiche, romanzi o racconti, i suoi testi catturano e calamitano il lettore
rigo dopo rigo, per sapere come si svolgerà il filo del gomitolo nascosto.
Anche
questi sei racconti filosofici di Come Te
Stesso (Editoriale
Delfino Srl, Milano, 2025), se per filosofia intendiamo una elaborazione e visione della
complessità inesausta della vita, lo confermano. A tale proposito, in Caracci
c’è una visione che declina in modi particolari il senso del tragico. Da un
lato, vicende e personaggi si odiano e scontrano in modi irriducibili, ma poi
l’Autore trova crepe in tale irreparabilità, tra le quali intravede la luce
opposta e salvifica, dell’amore resistente (o resiliente, per usare un termine oggi
più di moda) della vita che supera le contraddizioni, per poter ritornare in
scena e ricominciare. In Caracci è questo
bisogno che prevale, irradiato da una radice mediterranea, che ricomprende e va
oltre anche la radice napoletana, senza la quale la fenomenologia vitale rimane
sospesa sull’abisso del nichilismo distopico, condito da deliri senza preludi (ricordando il suo romanzo del 2020, Preludi & deliri), abbandonata al deliquio
di un salto dal ponte sull’abisso del nostro esistere (Ponti sull’abisso, 2024). Per cui, se la realtà è un ponte che
sfocia nell’indefinibile, come in un preludio di Liszt, occorre riaffermare il
suo fascino, che è il segreto della poesia, dell’arte e dell’amore,
inestinguibili corpi della nostra anima.
Questi
racconti mettono in scena una visionarietà affabulatrice, che avvince come le
spire di un boa la nostra attenzione, senza di che ogni testo diventa lettera
morta. Come detto, c’è una visione aperta alla vendetta della vita, per cui se
scorre in essi sangue e odio, alla fine svolazzano irridenti angeli invisibili
e salvifici, invece che orrendi pipistrelli (vedi il primo e il secondo dei sei
racconti: La prima notte dei pipistrelli
e Inseguimento a due voci).
Così,
che siano pipistrelli o sguardi nemici, alla fine trionfa un Sé, che ricomprende
l’Io, ma è capace di andare oltre grottesche e chiuse idiozie. Ed è la chiave,
il soggetto protagonista che regge come un Atlante quel ponte sospeso, di cui
non si intravedono piloni. È questo il personaggio innominato che salva dal patetico
e mieloso romanzetto di appendice, il ripreso orizzonte del lieto fine, innevato
nel nostro bisogno di continuare a vivere qui, anche in questo eden ignobilmente
devastato.
Caracci
riflette sulla catena biologica interminabile della vita, dalle cellule ai
corpi interi di ogni essere, e ne fa metafora del fare della scrittura.
Rovescia pertanto con acuta elaborazione di quella che Gian Battista Vico
(credo) qualificherebbe come filosofia poetica. In tale rovesciamento, non è la
scrittura qui che elabora metafore dalle cose e dai corpi dell’esistenza,
facendone costruzioni simboliche che moltiplicano il mondo, reale e
immaginario, ma è tale mondo che è metafora del fare della scrittura. Diventano
così due semicerchi che tendono a comporre un cerchio. Ma tendono a un cerchio
che non si chiuderà mai, perché è la meccanica del vivente che lo impone, in
cui ogni settore o anello è utile-inutile, perché è sostituibile.
E
sta in questo il suo fascino, che nella cultura occidentale la scrittura tende
a farsi lucente creatura ed armatura delle supponenze dell’ego, riducendo l’arte
a fiore della propria hybris creativa
ed egolalica. La visione di Caracci coinvolge in un unico sguardo critico, sia
il fare dell’arte e della scrittura che quello della natura, e sollecita uno
sguardo più ampio, di un senso ritrovato solo sul piano del molteplice.
Spinge
cioè a riprenderci la sapienza oscura di una dinamica che è una incessante
sostituzione, divisione e moltiplicazione infinita, della dinamica in cui
viviamo e di cui siamo parte, ma della quale facciamo così fatica a farne
materia dei nostri più alti costrutti mentali. Una dinamica biologica che è
sempre la stessa: l’atomo non ha alcun senso in sé, se non diventa parte di una
molecola, e questa di una cellula, quali clinamen
che già Epicuro vide nella loro
utilità ed energia moltiplicata solo se si univano in un grado superiore.
In
questi racconti, cerca forme tale dinamica, che ne costituisce la spina
dorsale, in cui come dice in Delitto
senza castigo, la tragedia del nostro orizzonte culturale non ha ancora
reso struttura del proprio processo operativo, nella vita singola e sociale,
come nelle creazioni più alte e complesse, che il singolo moltiplica il proprio
ego solo se contribuisce a farsi parte della soggettività più complessa, quale
è il Sé. E il Sé esiste nella sua massima espansione solo se contribuisce a
farsi parte di una comunità.
È
una verità semplice, ma che nella follia dei deliri di onnipotenza che
continuano a ripetersi in termini tutt’altro che ridotti, anzi crescenti, entro
l’orizzonte mondiale contemporaneo, può portare solo alla distruzione del
senso, il che è sintesi della distruzione antropologica in atto. La quale è generata
dalla distruzione del senso del limite, distruzione etica del delirio di un
singolo soggetto (proiettata poi in un gruppo etnico-razziale, in uno Stato, in
un’Area geografica) che crede di essere tutto, interrompendo così la
moltiplicazione vitale, avviando anzi il processo inverso di distruzione.
In
questi racconti, dopo aver letto e seguito il ricco percorso sia creativo che
di elaborazione di pensiero di Caracci, trovo perciò una sintesi di radicale
critica della struttura fondante della civiltà occidentale. Un esempio è a p.
68 (in Delitto senza castigo), dove il
Soggetto Scrivente, mentre racconta, offre a sé stesso e a ogni soggetto,
operante sulla pagina o fuori, “una terza possibilità”, di uscita dal suo fare
abituale. Che, di primo acchito, è una uscita impossibile, pena il delitto
peggiore, di uccisione di sé, che comporta il castigo peggiore, dello
smarrimento e smemoramento del fratto che siamo fatti da ciò che facciamo.
Ma
l’ipotesi offerta è un altro fare, non più totalizzante in un cerchio, ma una C
che coniuga l’Io e l’Altro, L’uccisione imperdonabile di quel primo Sé è lo
sbocco in una totalizzazione aperta, che esce dal delirio egocentrico e
narcisista, di uno stato interiore che uccidendo l’Altro uccide sé stesso.
Dunque, la foce è nel Delta (psichico, mentale e sociale) della Paideia dell’amore dell’Altro, che è Come Te Stesso.
La
moltiplicazione offerta di possibilità non contemplate fuori dal corso storico in
atto, è illuminata nella storia umana da presenze che diventano riserve reali e
simboliche di utopie concrete, immagini di Baobab capaci di riserve di acqua di
vita, di cui l’intorno è privo, e reso assetato deserto. Sono presenze di
pensiero e di creatività anche nel nostro attuale contesto antropologico, in
cui detta legge un potere che lo nega.
Ma
non è una storia limitata al contemporaneo, perché siamo in un circuito storico
millenario di delitto umano, che crede di essere in-vestito di eterno vertice
di superiorità maschile, rivestita di logica patriarcale che pretende di agire
in nome di Dio, di cui perciò non teme un castigo ma un premio. Una logica che
nella fase estrema del neoliberismo imperialistico, trova la sua massima
esaltazione.
La
vita è esaltata invece dalla visionarietà folle di chi esce dall’attualità, per
diventare inattuale e inventare un’altra storia. Questi racconti narrano e
ricordano a loro modo questa assurda inattuale e surreale pretesa, che si innerva
nell’oltre senso di ogni nuova ramificazione e fase del percorso umano che, a
partire dai bagliori di pensiero elaborati nell’Ellade, a Cristo, a Gandi, al
pensiero illuminista e marxiano, continua a elaborare esemplari di Baobab che
hanno offerto acqua per un altro orizzonte.
Questi
racconti invitando a immaginare rami diversi del proprio percorso narrativo, si
fanno metafora di possibilità altre, uscendo dal percorso atteso, svestendo così
di supponenza il deus ex machina del
narratore di un’unica assoluta verità, offrendo la sua operatività creativa
all’essenza del molteplice, che impone apertura, domande, molteplicità e
capacità di incontrare l’altro, non più nemico ma fonte di arricchimento e forse
di una delle mille forme di amore. E sta in questo il senso del racconto, L’addomesticamento del lupo famelico, di
una relazione con la morte, che non è terrore, se vissuta come parte e snodo di
moltiplicazione della vita.
Come
già detto, in questi racconti scorre parecchio sangue, che è una delle parole più
ripetute. Ma sangue come (quasi)
tutte le parole è veicolo di sensi multipli, positivi e negativi. Di morte,
quanto di vita. Ed è questo il crinale che ci donano questi sei racconti, tra
realtà e immaginazione, a tratti sfrenata, a tratti meditativa come quella di
un saggio seduto su un sasso, di fronte al panorama quieto di un pomeriggio tra
i lampi dell’ultimo sole mediterraneo. Che nel racconto, “Tepore d’inverno”,
diventa luce di un eros esplosivo, occasionale e ginnasiale tra la calca di un
autobus anni ‘70.
Cercando
di chiudere questo percorso di lettura, ribadisco che, pur con diverse
tonalizzazioni relative anche al soggetto narrante, incarnato di volta in volta
da voci di uomo adulto, di donna, di ragazzo o di bambino, la narrazione
inanella scene di violenza grottesche e insensate, miserie economiche e morali
della nostra contemporaneità, descritta sempre con acribia, tra lampi
concretissimi e surreali, di rabbia, ironia e insieme di pietas. Ma alla fine, come in un processo di vinificazione o di
spremitura di olive, emerge il liquore e il bisogno di una solarità umana mediterranea,
senza ragioni e con tutte le ragioni di una energia vitale allucinata, eppure tranquilla
e non arresa.

Adam Vaccaro
autore di questa nota
Credo
che le citazioni del brano che segue, tratto dal racconto finale, “Tunnel tra le dita”, coaguli il senso
che ho cercato di trarre, non solo di questo libro, ma di tutto il percorso di
ricerca dei Caracci. Il racconto è di due ragazzi che al mare scavano una
galleria nella sabbia: “Stai andando da
qualche parte?”, chiede la madre, cui viene risposto; “Non lo so. Sto andando. Qualche parte è… dappertutto”; “E comunque il percorso lo scegli tu e non lo
scegli tu…”; “domani avrei continuato a scavare… non sapevo quale percorso
avrei compiuto… Sarei andato avanti. Nessuno avrebbe potuto fermarmi… Sarebbe
stato il mio labirinto, la mia trincea, la mia strada… non mi sarei mai
accontentato… Tutto aveva senso se avessi continuato a scavare”. Ma “verso la
volta della galleria, nel fondo… il baluginio dell’uscita… nella direzione di
una piccola feritoia di luce che… aveva il colore rosso fiamma del sole al
tramonto, ma anche quello chiaro e spumeggiante dell’alba, sul filo del mare.
Dipendeva da me”.

autore di questa nota







